fissazione atlanto-occipitale

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ultimo aggiornamento: 22 Luglio 2018 alle 0:52

Definita, talvolta, con la locuzione atlo-occipital jamming o anche, semplicemente, occipital jamming, può essere considerata una particolare forma di fissazione spinale, che coinvolge l’articolazione atlanto-occipitale; l’osso occipitale può essere considerato una vertebra accessoria (vertebra C0): è possibile infatti, anche da un punto di vista embriologico, paragonare la porzione basilare occipitale al corpo vertebrale di una qualunque vertebra cervicale (le più eterogenee) ed il forame magno al foro vertebrale, mentre la porzione condrale della squama ad un arco vertebrale che si è appiattito ed allargato. L’articolazione atlo-occipitale potrebbe essere ritenuta, a tutti gli effetti, una articolazione zigapofisaria che ha subito una trasformazione per svolgere al meglio il suo lavoro di cerniera, permettendo che il cranio, rispetto al rachide, esprima un elevato R.O.M.: l’articolazione è, infatti, una diartrosi costituita dai condili occipitali e dalle cavità glenoidee, localizzate sulla faccia superiore delle masse laterali dell’atlante. Le superfici articolari dei condili occipitali sono ellissoidi allungati obliquamente, con l’asse maggiore in direzione postero-anteriore e dall’esterno verso l’interno, con la superficie articolare rivolta in basso, in avanti e lateralmente, così come le cavità glenoidee dell’atlante che corrispondono ad essi, sia per la dimensione delle aree di contatto, sia per l’orientamento: i mezzi di unione articolare sono dati dalla capsula articolare e dalle due membrane atlo-occipitali (anteriore e posteriore), anche se sarebbe più corretto considerare, da un punto di vista funzionale, l’azione svolta dai complesso occipito-atlanto-epistrofeale; l’insieme di queste strutture lavora in sinergia, come se fosse una unica entità. Le particolari caratteristiche morfo-funzionali permettono all’occipite di effettuare movimenti di flesso-estensione di circa 25° e di compiere latero-flessioni e rotazioni di circa 5°, rispetto all’asse atlanto-epistrofeale; è la relazione fra le masse laterali dell’atlante con le faccette articolari dell’epistrofeo che permette la rotazione, garantendo all’intero rachide cervicale almeno il 50% delle possibilità di torsione. Infatti, nel tratto cervicale superiore, la flessione è limitata dalla morfologia vertebrale, l’estensione viene contenuta dalla membrana tettoria mentre la rotazione e la lateroflessione sono circoscritti dai legamenti alari, opposti rispetto alla direzione di movimento: è proprio la presenza del dente dell’epistrofeo che, fungendo da hypomochlion, permette l’effettuazione dei movimenti, garantendo articolarità ed articolabilità a quest’area. Nonostante l’azione stabilizzatrice esercitata, in primis, dai muscoli sub-occipitali che agiscono come muscoli cibernetici, coadiuvati dai muscoli che si inseriscono a livello della linea nucale a partire dal collo o dalle spalle, la giunzione atlanto-occipitale è sottoposta a forze che tendono a favorire l’alterazione dei rapporti spaziali fra la “sfera craniale” ed il supporto su cui è adagiata, cioè la superficie articolare dell’atlante; i movimenti di “rocking“, per quanto potenti, non esercitano un’azione distorsiva paragonabile alle forze coinvolte nel “rolling“: il risultato è il coinvolgimento di strutture neurologiche (midollo spinalenervi somatici e nervi del sistema nervoso autonomo, nervo vago), vascolari (arterie vertebrali, arterie carotidivena giugulare), sistema cranio-sacrale (meningi coinvolte direttamente a livello del triangolo di Tillaux), solo per citare alcune, che nella migliore delle ipotesi possono originare distonie neuro-vegetative, cefalee od emicranie, vertigini, acufeni e tinnitus, disprassie, disestesie e disergie … “Una alterazione dei rapporti spaziali e funzionali a livello atlanto-occipitale crea, di fatto, una disconnessione energetica fra la testa ed il cuore.„ (cit. Francesco Gandolfi) creando una sensazione di distacco ed alienazione, spesso una perdita della propria centralità corporea e della percezione del proprio habitus, cioè una disestesia spaziale che talvolta può divenire anche temporale. La formazione di fissazioni atlanto-occipitali può essere considerata la risposta adattativa alla tendenza alla sublussazione sub-occipitale che viene, in questo modo, compensata e stabilizzata: il jamming (letteralmente inceppamento, incastro) ostacola, fino a bloccare, il movimento reciproco fra occipite ed atlante, impedendo al primo di scorrere come una sfera sul suo supporto e creando un C0÷C1 lock, cioè “incatenandole” una all’altra, con una limitazione motoria che coinvolge le componenti neuro-mio-fasciali che agiscono sull’articolazione. Ovviamente, l’energia di moto generata dal corpo per il mantenimento della corretta posizione della testa nello spazio o prodotta per mettere in atto un gesto specifico del capo, non può produrre il movimento dell’articolazione fissata, per cui si distribuirà lungo la catena cinematica associata, con distorsioni o alterazioni che possono coinvolgere, quasi caleidoscopicamente, strutture prossimali o distali del corpo, generando una pletora di sintomi, a volte difficilmente spiegabili: le alterazioni più frequenti possono essere lo squilibrio dei rockers, inspiration-expiration assit, spheno-basilar assist, occiput inferiore ma anche la creazione di fissazioni vertebrali che possono coinvolgere il rachide fino alle articolazioni sacro-iliache; distonie neuro-muscolari e dissinergie che coinvolgono la muscolatura del collo, i muscoli spinali o i muscoli ioidei; sintomi vegetativi, algie o disturbi somatici associati alla stimolazioni dei nervi compressi a livello dell’area sub-occipitale. Una particolare relazione, che può dipendere dalla correlazione che si crea nella deambulazione tramite i Lovett reactors, è quella con il muscolo psoas, che viene inibito, risultando off al test muscolare bilaterale: attraverso la localizzazione terapeutica nell’area di atlo-occipital jamming induce un cambio di indicatore al test kinesiologico; il challenge è ottenuto cercando di muovere l’occipite, lungo i differenti vettori di movimento, mentre si  stabilizza il tratto cervicale superiore, incluso l’atlante. Grazie alla Kinesiologia Transazionale® è possibile identificare il blocco, o più spesso le fissazioni che si stratificano, i cofattori eziologici che mantengono la tendenza del corpo a indurre il jamming articolare, le compensazioni e, soprattutto cercare di ridurre la propensione somato-emozionale a rientrare nelle “postura antalgiche” che l’hanno generata. Un grande aiuto viene offerto sia dal Cranio-Sacral Repatterning®, in grado attraverso l’atlas disengagement, l’unwinding fasciale o il rocking mastoideo, di liberare gran parte delle tensioni “stoccate” e “stratificate” a questo livello, sia dall’Oltrelostress® Coaching, che può offrire esercizi di riprogrammazione neuro-mio-fasciale specifici.

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