unwinding fasciale

ultimo aggiornamento: 15 Settembre 2020 alle 22:21

definizione

Il termine, di derivazione inglese, assume il duplice significato di «rilassarsi», «distendersi» dopo un periodo di tensione e contrazione, ma anche «srotolarsi» oppure «svolgersi» dopo essere stato avviluppato o arrotolato su se stesso o caricato come una molla; contiene in sé l’idea di contorsione o tortuosità generate da una forza che necessita essere “dipanata”, rilasciata o “aperta”, perché fissata o bloccata: la radice etimologica è il verbo «to wind», preceduta da «un-», prefisso privativo, corrispondente a «non» o «all’opposto».

Questo verbo, in origine, indicava il «muoversi girando e torcendo», dall’inglese arcaico «windan» per descrivere qualcosa «al vento» che quindi è costretta a «ondeggiare, girare, torcersi, arricciarsi, opporsi, oscillare, annodarsi, attorcigliarsi o intrecciarsi intorno»; questi significati divengono rilevanti per comprendere il concetto alla base della tecnica di Cranio-Sacral Repatterning®: con unwinding fasciale, in questa disciplina, si intende una tecnica finalizzata appunto a “sciogliere” quell’insieme di ”attorcigliamenti, torsioni, intrecci, “nodi” causati da atteggiamenti somato-emotivi o traumi e dalle tensioni che ne derivano.

premessa: la fascia

La fascia connettivale circonda e avvolge ogni struttura corporea; ogni osso, ogni muscolo, ogni organo, ogni vaso sanguigno o linfatico, ogni nervo è circondato da un sottile strato di tessuto connettivo con il compito di sostenerlo, proteggerlo e connetterlo con le strutture viciniore in una delicata rete tridimensionale di relazioni: ognuna di queste compagini, grazie alla fascia si interconnette con le altre strutture, creando un continuum, uno strato connettivale, senza soluzione di continuità, che ricopre e si struttura all’interno dell’intero corpo, dalla testa ai piedi, evitando che ogni parte del corpo rimanga isolata nella sua “tasca connettivale”.

La fascia costituisce il periostio che circonda le ossa, il peri­cardio intorno al cuore, il rivestimento esterno dello stomaco e degli intestini, il tessuto sinoviale intorno alle articolazioni, e può assottigliarsi od ispessirsi, a seconda delle esigenze meccaniche o funzionali del corpo, per formare sottili rivestimenti oppure  tasche e borse con azione di ammortizzatori o, infine, retinacoli in ogni parte del corpo; non solo costituisce il rivestimento delle strutture corporee, ma penetra all’interno, profondamente, in molte di esse: ad esempio ogni muscolo possiede un rivestimento fasciale esterno, il perimisio, da cui si dipartono internamente setti che rivestono ogni fascio di fibre muscolari ed ogni fibra muscolare individualmente (endomisio).

Pertanto la fascia penetra profondamente in queste minute strutture, ma, contemporaneamente, mantiene una connessione con tutti gli altri tessuti fasciali; tradizionalmente, soprattutto nella considerazione anatomica e fisiologica, viene ritenuta un tessuto inattivo di scarso rilievo, poiché le si attribuisce prevalentemente la funzione di permettere lo scivolamento fra differenti strutture, quali lo scorrimento dei muscoli fra di loro o sopra le ossa, o degli organi fra loro, oppure lo scivolamento del connettivo sottocutaneo, vale a dire della fascia superficiale, sui piani più profondi.

Viceversa, questo network fasciale, questa rete tridimensionale diviene di particolare importanza da un punto di vista funzionale, in quanto, essendo una struttura elastica a tensione reciproca, ogni trazione, stiramento o limitazione a livello locale viene automaticamente ridistribuito sull’intero sistema: possiamo immaginare la trasmissione di questa energia come quella di un’onda che si forma gettando in acqua un sasso, che diffonde la propria energia circolarmente intorno a sé, riducendo la propria intensità a mano a mano ci si allontana dal punto di creazione dell’onda stessa.

Grazie alla sua azione di legante fra i vari distretti e segmenti corporei, la fascia diviene fondamentale nell’assorbimento o nel mantenimento di tensioni o traumi, con conseguenti squilibri anche sistemici: risulta evidente che l’impatto che tale ridistribuzione energetica sortirà sull’organismo dipenderà da molti fattori quali l’intensità e la quantità di restrizioni fasciali presenti, la presenza di indebolimenti corporei dovuti a concomitanti malattie o a precedenti traumi.

Le cause di lesione fasciale possono essere molteplici: dalle semplici “sbucciature” o dai microstiramenti fino alle lussazioni o alle torsioni, dallo sviluppo di aderenze alla formazione di cicatrici oppure all’insorgenza di stati flogistici, siano essi interni od esterni; il perdurare della restrizione fasciale, comunque, a prescindere dalla causa scatenante, può diventare l’origine di una patologia disfunzionale sistemica con sintomatologie anche importanti e non sempre significativamente correlate alla lesione iniziale.

“emotività fasciale”

Occorre non dimenticare che, oltre ai fattori chimico/fisici e meccanici, anche le tensioni di origine emotiva possono ripercuotersi a livello fasciale: quando viviamo delle emozioni, esse sono invariabilmente accompagnate da modificazioni ormonali e risposte muscolo-tensive; quando proviamo paura, rabbia, gioia il nostro corpo si adatta per premetterci di esprimere queste emozioni.

La gioia è accompagnata spesso da fenomeni vasodilatatori e da un rilassamento generalizzato, mentre la rabbia/difesa si manifesta con un aumento delle catecolamine circolanti, i neuro-ormoni dello stress, e con una risposta muscolo-tensiva generalizzata, con prevalenza dei distretti interessati dal meccanismo di difesa: forti emozioni, soprattutto se il corpo non riesce a trovare un modo naturale per “scaricarle”, o situazioni prolungate di stress emotivo, possono lasciare “cicatrici” a livello fasciale.

Il sistema nervoso, nel tentativo di gestire l’impatto che gli stressor e gli stimoli hanno sul corpo, mette in atto una serie di risposte adattative sia sul piano biochimico, sia su quello comportamentale e somatico, con una serie di “adeguamenti” che comportano da un lato, modifiche funzionali nel metabolismo dei tessuti organici, dall’altro l’assunzione di posture antalgiche e di habitus che possono incidere profondamente sulla struttura della fascia.

Il tessuto connettivale che costituisce questo sistema svolge l’azione di congiungere, collegare, allacciare, mettere in rapporto, associare e concatenare le differenti parti dell’organismo, ripartendo al suo interno, distribuendo e dissipando le sollecitazioni ma non è dotato di «motu proprio», ovvero di capacità di moto autonomo: i meccanocettori al suo interno, però, sono un elemento in grado di condizionare significativamente il movimento, potendo incidere considerevolmente sull’attività motoria e determinare in modo cospicuo la congruità (o l’incongruità) dell’azione muscolare, agendo come una sorta di «motore immobile». Allo stesso tempo, la fascia risente direttamente e in modo consistente della contrazione dei muscoli, comportandosi come uno shock absorber, in grado di inertizzare e distribuire, per mezzo dell’isteresi elastica propria dei tessuti coinvolti, i picchi di forza espressi dai vettori di movimento o, attraverso la capienza intrinseca dei suoi componenti strutturali, di assorbire i carichi derivanti dalla continua tensione esercitata o dalla contrazione associata alle posture antalgiche.

Questi fattori non solo sono in grado di generare un «effetto windan», creando vortici, mulinelli, spirali che condizionano la mobilità e la motilità della fascia, oltre che il suo metabolismo, ma possono comprimendola o distorcendola e trazionandola, denaturarne la struttura e, parzialmente la funzione: si possono osservare, allora, come conseguenza, aderenze, fissazioni, fibrotizzazioni del tessuto, spesso accompagnate da modificazioni della popolazione cellulare del tessuto, o, all’opposto, lassità, perdita di elasticità, deformazione dello stesso, con alterazioni delle caratteristiche della sostanza fondamentale che costituisce lo stroma della fascia stessa.

Il mantenimento di atteggiamenti antalgici rinforza e consolida, come conseguenza degli adattamenti fasciali, la memoria inconsapevole dei traumi.

unwinding: allentamento delle tensioni fasciali

L’allentamento delle distorsioni fasciali è possibile attraverso una tecnica del Cranio-Sacral Repatterning® definita “unwinding fasciale” o più semplicemente unwinding: possiamo immaginare che la fascia, a causa dei complessi movimenti a cui è sottoposta, delle tensioni somato-emozionali accumulate, dei vettori energetici che deve “incorporare” come effetto della ripartizione della forza contenuta nelle sollecitazioni che subisce (siano esse locali o sistemiche, effetto di micro o macro-traumi), a lungo andare tenda ad “attorcigliarsi”, come un collant su una gamba, annodarsi e intrecciarsi intorno all’asse centrale, o come una bandiera al vento; nel muoversi, nel camminare, nel compiere le azioni di ogni giorno, la fascia può accumulare al suo interno l’energia contenuta in queste azioni, non riuscendo a dissiparle correttamente, dando origina a zone di fissità o lassità, pieghe o aderenze.

Ugualmente si immagini un cavo elettrico, dove i fili conduttori, isolati, sono avvolti da una guaina protettiva: il paragone può essere calzante, in quanto si pensi ai fasci neuro-vascolari che contengono i vasi sanguiferi, i canali linfatici ed i nervi e che decorrono all’interno della fascia e per il suo tramite formano il polo neuro-vascolare degli organi distribuendo al loro interno fibre nervosi e vasi; se il nostro cavo fosse una prolunga, che ci portiamo in giro, i fili al suo interno subirebbero trazioni, ruoterebbero uno sull’altro, verrebbero distorti e ripiegati al punto che, a lungo andare, potrebbero addirittura perdere l’isolamento (facendo corto circuito), frammentarsi, o avere problemi e, con l’invecchiamento del materiale, si potrebbe andare incontro ad un cattivo funzionamento.

Volendo riprendere il paragone del collant sulla gamba, che nel muoversi perde la sua aderenza sulla pelle, soprattutto quando è usato e perciò meno elastico, rischiando di perdere quell’effetto di contatto con la coscia e quella capacità contenitiva che gli permette di avviluppare il corpo; la risultante di questi assestamenti è la formazione di pieghe, distorsioni antiestetiche e talvolta la diminuzione della funzionalità; possiamo paragonare in un certo senso l’unwinding alla correzione di questa situazione fastidiosa, al riallineamento e al riadattamento della risposta delle fibre elastiche.

L’unwinding è in grado di riconoscere, identificare e liberare gli effetti di tutte le tensioni o i traumi fasciali, siano essi recenti o antichi, favorendo il recupero dell’elasticità all’intero sistema corporeo e, quindi, facilitando la rimozione di malfunzionamenti organici, malesseri o dolori agendo alla radice, indipendentemente dalle cause scatenanti.

Da un punto di vista kinesiopatico, il ricordo delle esperienze emotivamente rilevanti viene immagazzinato nella fascia: il ricreare lo stesso modello spaziale e la stessa tensione a livello fasciale, favorisce la ricostruzione del quadro sinaptico facilitando l’emergere del ricordo; in altre parole, quando il corpo “riproduce” la posizione e lo “sforzo” (stress) presenti in una situazione emotiva del nostro passato, che ha lasciato segni su di noi, il ricordo fisico/emotivo, l’ologramma (immagine tridimensionale) di noi stessi, ricompare nella nostra mente ed è possibile a quel punto facilitarne la liberazione.

Pertanto l’unwinding si può rivelare efficace non solo in caso di dolori cronici od acuti di origine tensiva o traumatica, ma anche per “contattare” i piani emozionali, con particolare efficacia in quei casi in cui esiste un’associazione fra trauma emotivo e trauma fisico: l’identificazione degli schemi alla base delle tensioni fasciali è in grado, pertanto, di riconoscere e trattare con precisione le alterazioni che sono alla base dei malesseri e, talvolta, di rivelare squilibri prima che possano trasformarsi in patologie disfunzionali.

cosa aspettarsi …

L’unwinding fasciale è una metodica molto delicata e non invasiva che presuppone la capacità da parte dell’operatore di rispondere in modo appropriato al bisogno che il “corpo” manifesta, di allentare le tensioni: il procedimento avviene attraverso la facilitazione della naturale liberazione, senza coercizioni o con l’esclusione di ogni tentativo di forzare le situazioni in alcun modo; rivelandosi comunemente indolore, anche se, talvolta qualche dolore può manifestarsi in situazioni acute, favorendo l’insorgere di un generale senso di benessere, di rilassamento e distensione, accompagnato da profonde modificazioni degli stati tensivi somato-emozionali.

La delicatezza di questo trattamento può essere compresa, in realtà, soltanto con l’esperienza diretta.

Il terapista identifica, in via primaria, l’origine della restrizione fasciale ponendo le mani sul corpo, come per ascoltare i tessuti, percependo le tensioni, le trazioni che si manifestano nella fascia stessa: l’impressione può essere quella che tutte le disarmonie, percepite in questo modo, indirizzino l’attenzione verso un punto focale, come fili metallici attratti verso un magnete. Il ricorso a differenti “punti di ascolto”, permette al professionista olistico di creare una “visione d’insieme”, come somma delle differenti prospettive da cui viene “ascoltato” ed “osservato” il corpo: questa prospettiva “globale” gli permette di costruire un’immagine multidimensionale del corpo, ove coesistono aree di conflitto o di restrizione con zone in cui permane una grande mobilità e libertà del tessuto fasciale.

Una volta individuata l’area focale ove si sia somatizzato il dis-confort o un’area di restrizione che è opportuno trattare, il terapista prende contatto con entrambe le mani con quella parte del corpo più appropriata per permettere l’unwinding fasciale, si sintonizza nuovamente con la fascia e comincia a seguire i movimenti spontanei di liberazione che si verificano, adeguando il proprio contatto ai movimento che esprime il corpo, siano essi di torsione, di rotazione, di compressione o di trazione.

Spesso, per un osservatore esterno, terapista e paziente appaiono immobili, come in una bolla, dove, apparentemente non accade nulla o, al massimo, i movimenti sono impercettibili; altre volte il corpo si libera attraverso movimenti ampi, macroscopici: a mano a mano che il processo di unwinding si sviluppa, il corpo comincia a manifestare le aree di maggiore restrizione, riconoscibili dal terapista come un punti di resistenza che impediscono un movimento fluido ed armonioso, ricordando l’effetto che si crea quando una barriera frena lo scorrere di un liquido.

La concentrazione del terapista è focalizzata sul mantenere il contatto con quella barriera fino al percepire la resistenza dissolversi, quasi a sciogliersi in una serie di movimenti di assestamento e normalizzazione, che creano un senso di libertà e mobilità del tessuto, spesso accompagnati da sensazioni di piacevole calore: l’impressione generale che speso viene percepita è un senso di maggiore armonia ed equilibrio del corpo, accompagnato da una sensazione di ben-essere. Talvolta dopo una prima liberazione, il corpo richiede immediatamente l’attenzione dell’operatore, innescando una serie ripetuta di movimenti di allentamento, accompagnati dallo sciogliersi di numerose barriere.

La tecnica dell’unwinding fasciale permette di agire su ogni parte del corpo: sul collo, su un arto, sul tronco, su un organo addominale o toracico; la differenza consiste che mentre nel trattamento del tronco o delle componenti organiche, i movimenti sono spesso impercettibili ed avvengono all’interno del tessuto fasciale, quando si sciolgono le tensioni presenti in un arto o nel collo, l’energia cinetica immagazzinata nei tessuti connettivali provoca, molto spesso, movimenti visibili.

In questo caso, infatti, le liberazioni avvengono attraverso torsioni, distensioni, allungamenti che si succedono ad accorciamenti con spostamenti che ricordano quelli necessari per dipanare un gomitolo, come se il corpo si permettesse di compiere una strana danza nello spazio, ricreando, in senso inverso, gli attorcigliamenti, i mulinelli ed i vortici che hanno causato la tensione, o riscoprendo quelle posizioni nelle quali era stato subito un trauma. Nella nostra pratica, più di una volta abbiamo osservato un braccio dolente, fortemente limitato nei movimenti, raggiungere una maggiore escursione spontaneamente e senza alcun dolore, o che la persona trattata ricordasse un incidente o un movimento dopo il quale erano cominciati i dolori; altre volte la testa ed il collo, trattati per un problema di torcicollo o di mal di testa tramite l’unwinding, cominciassero a muoversi in modo stereotipato, come per dire ripetutamente no, e che interrogando il paziente questi riconoscesse come l’essere incapace di dire no era un suo problema.

Il movimento è finalizzato sempre a scoprire le aree di restrizione, le barriere, quei punti di immobilità, di arresto del sistema in cui sono radicate le vere tensioni fasciali, fino a trovare quel punto che permette la dissoluzione di ogni sforzo; potremmo paragonare i movimenti ai mulinelli circolari di un ciclone e l’immobilità al suo occhio, vero centro focale della manifestazione. La libertà e la mobilità della fascia e, ovviamente, dei tessuti che essa ricopre, non deve essere vista come la possibilità di compiere ampi movimenti: la mancanza di tensioni o restrizioni rappresenta la capacità fasciale di rispondere in modo elastico ad ogni stimolo, ad ogni esigenza di adattamento dei tessuti.

A livello tissutale, ogni area di rigidità fasciale predispone alla formazione di alterazioni dell’ambiente cellulare: si crea cioè un’alterazione del nutrimento e del ricambio a livello della cellula, la formazione di un ambiente con scarso apporto di ossigeno e quindi tendenzialmente acido, dove i processi di scambio cellulare sono rallentati o difficoltosi; si forma, in sintesi, un’area che possiamo definire una cisti energetica, che impedisce a quella parte di integrarsi completamente nel corpo.

Occorre non dimenticare che il corpo subisce impercettibili fasi di espansione e contrazione ogni minuto, movimenti che esprimono la mobilità e la motilità delle sue parti: si immagini uno stomaco incapace di adeguare il suo volume a quello che state mangiando, o di un intestino alla massa delle feci; pensate a quanti disturbi queste due situazioni potrebbero comportare; l’impossibilità di una articolazione, quale una spalla, di esprimere tutta la propria libertà di movimento o il proprio R.O.M.; una vescica urinaria che, a causa di aderenze e irrigidimenti fasciali, non può più espandersi per contenere l’urina prodotta. Se poi si volesse prendere in considerazione le limitazioni fasciali a livelli microscopici, dei tessuti, si provi a pensare ad un’arteria o ad una vena incapaci di espandersi o contrarsi, cioè di essere elastici, per accompagnare le variazioni ematiche.

La libera circolazione dell’energia, in ogni sua forma, nell’ambito dei tessuti, è una delle condizioni indispensabili per il mantenimento dell’armonia corporea e della salute: l’unwinding, come, ogni altra tecnica non invasiva mirata al riequilibrio dell’individuo nel suo insieme, è uno degli strumenti fondamentali per ritrovare l’equilibrio corporeo ed il ben-essere individuale.

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