refoulement

ultimo aggiornamento: 9 Maggio 2020 alle 22:41

definizione

Letteralmente rimozione, dal francese refouler (→ respingere, rimuovere): il termine non deve essere confuso con il suo “gemello” francese répression (→ reprimere),  perché, anche se talvolta nel linguaggio comune sono usati indifferentemente, nell’analisi dei comportamenti indicano due modalità differenti di gestione emozionale.

Il refoulement può essere descritto come il meccanismo di allontanamento dalla coscienza di desideri, pensieri o memorie considerate inaccettabili, intollerabili o troppo dolorose, per cui si sente l’esigenza di respingerli/rimuoverli dalla consapevolezza, per evitare sofferenza o vergogna e senso di colpa. Anche se questo concetto assume oggi, soprattutto nell’ambito della Kinesiopatia® un significato diverso, il fenomeno fu descritto, fin dai suoi primi studi sull’isteria, da Sigmund Freud: alcuni traumi psichici vissuti dai pazienti rimanevano sconosciuti alla coscienza; il meccanismo di rimozione deve essere visto come una modalità di difesa, una sorta di “immunizzazione” verso il dolore, la pena ed il tormento.

La rimozione, che può riguardare un fatto vissuto, un pensiero od un istinto, ha lo scopo di allontanare dalla consapevolezza “residui mnestici”: tutto ciò che consideriamo inaccettabile o inalterabile, la cui presenza  ci provocherebbe ansia ed angoscia, deve essere “nascosto”, come la polvere sotto il tappeto; il meccanismo cardine di difesa è la “ristrutturazione” del ricordo.

Quando un’esperienza è in grado di affliggerci o di tormentarci, si rende necessario il meccanismo del refoulement, una sorta di alienazione dalla sofferenza e dallo stato angoscioso; è come se non fossimo più noi a soffrire ma, per mezzo della ristrutturazione del ricordo, trasferissimo il malessere ad una sorta di “alter ego” a cui deleghiamo il compito di esorcizzare la ricomparsa del dolore.

Il contesto reale del ricordo rimosso di quella esperienza viene modificato nel contenuto e nella forma; la nostra memoria esplicita crea una sua propria narrativa per ridurre l’impatto disturbante sulla nostra coscienza, da parte di ciò che è accaduto: viceversa la memoria implicita condiziona i nostri modi di percepire e le scelte che facciamo. Attraverso l’azione protettiva di questo “altro noi”,  su cui abbiamo trasferito il dolore, la paura e la paura del dolore cerchiamo di esorcizzare il nostro mal-essere: questo processo porta allo sviluppo di quello che in Kinesiopatia viene chiamato “Ego Negativo”.

refoulement ed Ego Negativo

Grazie alla rimozione, ci proteggiamo dall’impatto che le “reminiscenze mnemoniche” potrebbero avere sul nostro sentire e, grazie all’aiuto dell’Ego Negativo (il nostro alter-ego), tramite meccanismi di elusione ed evitamento, ci sforziamo di far sì che il malessere non riemerga: anche se non ce ne rendiamo conto, neghiamo a noi stessi le dinamiche fobiche finalizzate a prevenire il possibile contatto con esperienze che potrebbero in qualche modo “portare a galla” ciò che ci sforziamo di tenere nascosto; infatti, quando questo accade, si verifica il cosiddetto “effetto trigger”, il flashback che genera la reminiscenza emotiva.

Un qualsiasi stimolo sensoriale, un odore, una sensazione, un’impressione od un avvenimento, che si verifica in un particolare momento della nostra esistenza o come evento casuale, è in grado di “riportate a galla” un’orma del nostro passato, una traccia di ciò che è stato ma che non ricordiamo. Un qualcosa d’indefinito che è comunque significativo e rilevante per noi e che crea quel “grilletto” in grado di evocare frammenti di ricordi, scatenando l’effetto trigger. Ciò che l’ego negativo cerca di tenere nascosto può emergere improvvisamente

L’Ego Negativo deve essere reputato un alter ego, letteralmente “un altro me stesso”; un sostituto, che “vive” al nostro posto ed ha il compito di decidere in nostro nome, autorizzato ad agire per conto e in nostra rappresentanza. In questo contesto può essere considerato come una seconda personalità all’interno di noi stessi: uguale, ma diversa, perché noi l’abbiamo creata a nostra immagine e somiglianza, ma assume caratteri e modi di pensare peculiari, condizionando i nostri comportamenti.

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