allentamento dello stress emotivo

ultimo aggiornamento: 18 Agosto 2020 alle 1:48

il controllo del sistema vascolare nelle situazioni di stress

Lo stress induce nell’organismo una serie di adattamenti riflessi finalizzati all’adeguamento al nuovo status quo che si crea per effetto della stimolazione ambientale; questi cambiamenti sono sostenuti da modificazioni funzionali e metaboliche atte a ottimizzarne la reazioni difensive e compensatorie volte a mantenere l’omeostasi, definite, nel loro complesso, sindrome generalizzata di adattamento: il corpo cerca di mantenere i parametri vitali entro range fisiologici e gestisce le proprie risorse, in un’ottica di lungo periodo, finalizzata alla conservazione delle riserve energetiche.

Più l’organismo è in grado di permanere all’interno della propria “comfort zone”, meno l’organismo risulta essere vulnerabile ai potenziali stressor: quando il dis-comfort si manifesta come effetto di stimoli sopraliminali, quando gli squilibri funzionali vanno incontro a fenomeni di cronicizzazione degli squilibri, quando si osserva uno stato di mal-essere, si osserva l’instaurarsi di uno stato di fragilità somato-emozionale e debolezza energetica.

L’arousal causato dalle pressioni a cui siamo sottoposti e dalle richieste di conseguire  performance nei differenti ambiti della nostra vita, ci induce a mettere in atto atteggiamenti e comportamenti, inquadrabili nella cosiddetta «fight-or-escape response», basati su patterns e metaprogrammi finalizzati alla sopravvivenza: l’effetto di questa cascata di eventi (metabolici, umorali o attitudinali) è una ridistribuzione dell’energia corporea, mediata da profonde modificazioni della circolazione sanguigna conseguente all’attivazione del sistema catecolaminico ed al coinvolgimento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenale, che avviano il reperimento e la produzione di risorse e le ripartiscono proporzionalmente, in base agli obiettivi sopravvenuti o alle nuove esigenze. Una delle conseguenze di questa riassegnazione del sangue è il blood-shift, uno spostamento del sangue dalla superficie corporea verso distretti più profondi che risultano essere prioritari per la risposta dinamica dell’organismo: la secrezione catecolaminica e l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrenale che ne conseguono provocano una progressiva “devascolarizzazione” delle aree corporee non ritenute essenziali per la sopravvivenza dell’individuo coinvolgendo non solo i distretti cutanei o l’apparato gastro intestinale, ma anche aree cerebrali non considerate fondamentali per la gestione dell’emergenza.

 

La “decorticazione” cerebrale conseguente allo stress deve essere presa in considerazione in quanto l’organismo, per affrontare lo stato di vigilanza continuo, tipico dei fenomeni di disagio che assumono un andamento cronico, tende a ridurre la propria capacità di agire razionalmente, nel presente, secondo una visione di tipo “hic et nunc”: la percezione soggettiva della propria finitudine e dell’intrinseca fragilità che lo contraddistingue, l’incapacità di “esser-ci” non solo porta l’essere umano a rifuggire la sofferenza del presente, ad alienarsi, ma lo induce, inconsapevolmente a “rinunciare” alla propria evoluzione biologica, ritornando ad una dominanza neurologica arcaica, talvolta rettiliana; l’uso della razionalità porta a compiere azioni nell’immediatezza del presente, come conseguenza della consapevolezza e della ponderatezza della realtà mentre, come effetto dello stress, ci proiettiamo nel passato e nel futuro, cioè nei ricordi, nelle aspettative e nelle speranze che, per quanto importanti, sono stati mentali disconnessi dalle esigenze che nascono degli eventi correnti.

Il blood-shift associato allo stress, riadattando la perfusione dei tessuti in base ai pattern generati dallo stress, riduce l’attività delle aree che subiscono una diminuzione dell’afflusso ematico conseguente alla ridistribuzione sanguifera stessa: da uomo evoluto in grado di elaborare gli eventi, per “colpa” del progressivo esaurimento, la persona si trasforma in un soggetto in preda alle proprie paure ed insicurezze, che a causa della propria vulnerabilità è dominato  dagli istinti primordiali di sopravvivenza; si crea un progressivo distacco dalla realtà, in quanto si tende a proiettare le esperienze pregresse (fallimentari) sul presente, secondo una logica temporale ma non razionale, creando sillogismi del tipo «post hoc propter hoc».

Questa locuzione latina, usata anche nella sua forma estesa «post hoc, ergo propter hoc» (cioè dopo di questo e perciò a causa di questo»), descrive l’esistenza di fenomeni causali tra due (o più) avvenimenti, partendo dall’argomentazione: se A è vero e precede B, allora B ne è la conseguenza; la consecutio, cioè l’esistenza di una relazione diretta fra due eventi in base al principio di causa-effetto, indica un nesso di causalità spazio-temporale, per il solo fatto che l’uno è posteriore all’altro, in altre parole esprime una forma di coazione (un impulso ad agire, da cui si fatica o non ci si riesce a liberare, pur giudicandolo futile o inidoneo).

La logica che sottostà ai modi di agire stereotipati, causati dallo stress, parte dal presupposto che le scelte comportamentali che sono risultate vincenti in passato (cioè hanno permesso di “sopravvivere”) sono probabilmente in grado di portare esiti positivi, come soluzione coerente col fatto che gli eventi attuali sono parzialmente sovrapponibili, soprattutto emotivamente, a quelli del passato: tali processi condizionano l’interpretazione delle circostanze che si vivono nel presente ed inducono la tendenza a seguire percorsi già sperimentati, per quanto tortuosi, o ad agire secondo un qualche programma reiterativo, consolidando le abitudini acquisite; in poche parole si attivano loop negativi e circoli viziosi, assimilabili a profezie negative auto-avverantisi, che spesso impediscono la rivalutazione del presente e l’identificazione delle vere priorità e necessità.

stress e accoppiamento neuro-vascolare

Le risposte alle pressioni cui siamo sottoposti riflettono una sequenza gerarchica di reazioni, che consentono all’organismo di orchestrare l’adattamento ai fattori di stress (coping); al centro di questo processo è posto il sistema catecolaminergico, espressione funzionale del sistema nervoso ortosimpatico, coadiuvato dall’azione della midollare del surrene, e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene: quest’ultimo è un sistema neuro-endocrino, organizzato secondo modelli cibernetici, che viene stimolato sia da stressor fisici reali, sia da minacce percepite o previste, rifacendosi a modelli di anticipazione emozionale, oppure dagli effetti che la valutazione sociale ed il giudizio esercitano sull’individuo. Tanto nel caso in cui venga attuata una strategia di gestione immediata dello stress, derivante da un orizzonte temporale limitato, quanto nel management del “sovraccarico” a lungo termine, l’ottimizzazione delle risorse passa attraverso una redistribuzione del sangue verso distretti considerati prioritari per la sopravvivenza dell’organismo. Cuore, reni, cervello sono le aree che ricevono la maggior attenzione dal sistema nervoso, essendo fondamentali per pompare l’energia, garantire l’equilibrio biochimico del milieu interiéur, ed interagire con gli stimoli interni o esterni: la risposta neurologica è finalizzata a trovare il miglior compromesso possibile fra le richieste cui si è sottoposti e le risorse disponibili; per quello che riguarda, però il sistema encefalicospinale, non tutte le regioni assumono uguale importanza per la sopravvivenza e la gestione dello stress.

All’aumentare delle pressioni, sociali o ambientali cui siamo sottoposti, il sistema nervoso disattiva le aree non immediatamente necessarie, per favorire la velocità di reazione; i capillari sanguiferi, presenti nel sistema nervoso, non hanno semplicemente il compito di supportare metabolicamente i fabbisogni neuronali ma per effetto del cosiddetto “neurovascular coupling” (accoppiamento neuro-vascolare) sono in grado di reagire agli stimoli e modulare la funzionalità del sistema nervoso stesso: la diffusione del sangue all’interno dei distretti cerebrali influenza l’attivazione o la riduzione di attività, in particolare delle regioni encefaliche. Questo fenomeno assume un ruolo rilevante nei meccanismi d’interazione con lo stress e nel coinvolgimento di differenti aree nelle dinamiche adattative (anche alla luce del diverso coinvolgimento delle strutture arcaiche del cervello, rispetto a quelle più moderne) e nella gestione degli eventi che coinvolgono situazioni di pericolo o di dolore. Essendo lo stress codificato sotto i termini di scelta istintuale “lotta-fuga-mimetismo-sopravvivenza”, le aree coinvolte nel controllo circolatorio sono prioritariamente l’Ipotalamo ed i centri sottocorticali che tendono a escludere il predominio della corteccia cerebrale, dando maggior spazio a quella serie di comportamenti, che spesso definiamo istintivi o intuitivi, che, in certe condizioni, possono divenire il fattore che ci mantiene imprigionati nelle dinamiche difensive di allarme o vigilanza.

Il sistema nervoso, sotto di stress, favorisce aree operazionali, che devono intervenire con una pronta azione (muscoli, cuore) rispetto a zone che possono venire temporaneamente inibite funzionalmente (pelle, area intestinale); ugualmente, la modifica della distribuzione sanguifera nel sistema nervoso centrale crea i presupposti necessari per irrorare distretti coinvolti nel dare una serie di adattamenti automatici non coscienti (e più veloci), inibendo contestualmente con la riduzione del flusso ematico, l’azione razionale della corteccia cerebrale.

la risposta ipotalamica

L’Ipotalamo prende il sopravvento in tutte le manifestazioni istintive quali fame, sete, gioia, punizione, sesso, sopravvivenza ed altre ancora, modulando l’attività sia del Sistema Nervoso Parasimpatico, sia di quello Ortosimpatico, che a loro volta controllano il sistema cardiocircolatorio: la modificazione dei flussi circolatori dipende prevalentemente dalla attivazione dell’Ortosimpatico con la conseguente inibizione del Parasimpatico. La corteccia cerebrale, pur potendo intervenire con un messaggio di controllo sull’Ipotalamo, spesso “delega” questa struttura ad agire, portandoci a passare la maggior parte della nostra vita mentale ad elaborare una strategia difensiva nei confronti delle emozioni causate dalle esperienze passate, che proiettiamo sui vissuti del presente; come conseguenza siamo spesso condizionati a vivere in uno stato continuo di stress e di sopravvivenza: il sangue viene dirottato, anche se solo parzialmente, dalla corteccia (Neo-Encefalo) a parti maggiormente primitive, coinvolte nelle manifestazioni di rabbia – paura – violenza (Paleo-Encefalo e Cervello Rettiliano), impedendoci di pensare razionalmente ed anestetizzandoci dal provare emozioni coinvolgenti quali amore – piacere – dolcezza che ci porterebbero ad uscire dallo stato di difesa.

Contemporaneamente lo spostamento del sangue dal distretto cutaneo a quello muscolare, ci impedisce di avere sensazioni “epidermiche”: è questo il motivo per cui negli shock, nei traumi, ma anche nei momenti di maggior rabbia o paura, perdiamo il controllo della razionalità, liberando comportamenti o espressioni verbali aggressive; non “vogliamo” sentire quello che ci dicono, o vedere la situazione com’è realmente, ma anche perdiamo la sensibilità al dolore, al contatto con la pelle, al caldo ed al freddo; non dobbiamo dimenticare che, nel feto, la pelle si forma dallo stesso foglietto germinativo delle cellule nervose (ectoderma) e, nell’adulto, rappresenta il più ampio ed articolato organo sensoriale che possediamo.

L’alterata percezione sensitiva si rivela vantaggiosa in quanto dolori legati ai traumi o di tipo viscerale potrebbero “sopraffare” la focalizzazione dell’individuo verso la sopravvivenza, rendendolo più vulnerabile e, di conseguenza, incapacitando le possibili reazioni difensive/adattative: la riduzione delle sensazioni propriocettive è uno strumento di controllo delle possibili interferenze nei meccanismi di sopravvivenza; in un certo senso il predominio delle aree sottocorticali, della parte più “animale” dell’individuo, garantisce nel breve termine una sorta di anestesia associata ad una inibizione dei comportamenti sociali e socializzanti.

I nostri sensi, in un certo qual modo, vengono “disturbati” dalle componenti emotive sottocorticali che alterano le percezioni, le snaturano e, a volte, le sopraffanno al punto da portandoci a falsificare gli odori, creando disosmie o parosmie, adulterare il senso del gusto fino alla disgeusia o parageusia, a subire distorsioni uditive (disacusie) o visive che possono essere paragonate a forme di allucinazione, ad alterare la nostra sensibilità al dolore, al contatto con la pelle, al caldo ed al freddo ed agli stimoli sensoriali esterni, spesso sostituiti dall’idea “interna” che abbiamo di ciò che dovremmo sentire.

la dominanza rettiliana

Quando il perdurare dello stress induce una ulteriore “decerebrazione” ed anche il Sistema Limbico viene in un certo qual modo sopraffatto dal Cervello Rettiliano, la parte più antica del cervello, possono manifestarsi reazioni primitive, legate all’aggressività ed alla sopraffazione dell’antagonista, talvolta associate a pulsioni distruttive o auto-distruttive: da un punto di vista comportamentale, si evidenzia una preferenza per la routine, per le risposte stereotipate basate sull’esperienza o per le azioni rituali, per i riflessi condizionati, definiti “istintuali”, legati alla dinamiche di sopravvivenza dell’individuo e della specie; l’atteggiamento e le reazioni sono basate su modelli genetici, che implicano azioni quali il prendere possesso e difendere il territorio, impegnarsi in vari tipi di parata (comportamenti dimostrativi) finalizzati alla creazione di gerarchie sociali o alla seduzione finalizzata all’accoppiamento ed alla procreazione, anche in forma simbolica. Il repertorio comportamentale rettiliano è principalmente organizzato negli schemi di azione che permettono l’attività di predazione, territorialità ed esplorazione: queste reazioni comportamentali sono fisse ed automatiche, in quanto, una volta innescate dallo stimolo, tendono ad essere condotte a termine, con ridotta attitudine alla modulazione o all’arresto, segnalando la loro stretta dipendenza da una catena di riflessi pavloviani.

Si può dire che il Cervello Rettiliano programmi comportamenti stereotipati seguendo le istruzioni derivate dall’apprendimento ancestrale e da memorie arcaiche: si ha l’impressione che non riesca a staccarsi dalle situazioni che precedono, in una “consecutio” logica e sequenziale; l’R-complex ha la capacità di fissare rapporti fra i fenomeni secondo una logica temporale ma non razionale (facoltà tipica del cervello neo-mammaliano), in base a nessi causali: ciò porta ad abitudini, in conformità a contesti precedenti, a prassi di comportamenti. Dal punto di vista della condotta soggettiva, evidenzia la tendenza a seguire percorsi tortuosi, ma già sperimentati, o ad agire rifacendosi a qualche metaprogramma reiterativo o pattern consolidato, rafforzando abitudini dotate di valore ai fini della sopravvivenza; possiamo definire questi comportamenti caratterizzati da forme di “coazione a ripetere“, come espressione di imprinting ancestrali, derivanti dalle esperienze personali, familiari o tribali: i rituali cerimoniali sono, in un certo senso, l’istituzionalizzazione del condizionamento dell’uomo esercitato dalla storia individuale o sociale.

Il Cervello Rettiliano non può imparare e ripete quello che sa fare in modo innato o istintuale; un impulso rettiliano (e quindi istintivo) influenza il pensiero razionale, mentre il pensiero razionale può solo controllare o dominare l’istinto, ma non modificare una risposta istintuale. Le emozioni sono primitive e promuovono l’autoconservazione e la sopravvivenza: paura e rabbia sono le principali “molle” che sostengono l’azione reattiva, che innescano manifestazioni di aggressività ed egotismo, associati, talvolta, a fenomeni di spersonalizzazione (alienazione), distorsione della percezione, reazioni fobiche e superstiziose che hanno, in ultima istanza, lo scopo di mantenere il benessere, la sopravvivenza, la riproduzione e la sicurezza personale.

Il predominio delle componenti rettiliane comporta un ulteriore blood-shift verso le aree più profonde ed antiche del cervello, soventemente associate ad una ulteriore riduzione della perfusione vasale nei tessuti corporei: nonostante le reni siano considerate, assieme a cuore e cervello, aree prioritarie per la sopravvivenza, alla presenza di forti stress, traumi o situazioni di logoramento cronico o burn-out, si possono osservare quadri di insufficienza renale da ipoperfusione (sindrome nefrosica); talvolta la riduzione di afflusso sanguigno nei distretti periferici è tale da causare ulcere acute da stress, come le ulcere di Curling e di Cushing (a livello cutaneo o gastro-duodenale) o l’ulcera gastrica, oppure quando il fenomeno perduri per lunghi periodi, fenomeni di sclerosi dei tessuti come forme di gastrite atrofica, alterazioni intestinali, disidrosi cutanee. Non si può escludere che il fenomeno, quando localizzato nell’encefalo, possa portare a manifestazioni come il Parkinson o l’Alzheimer.

riattivazione neuro-vascolare transcutanea

I capillari presenti nel sistema nervoso non hanno semplicemente il compito di supportare metabolicamente i fabbisogni neuronali: il cervello dei mammiferi possiede un sistema estremamente articolato ed evoluto costituito da cellule dell’endotelio vasale, periciti, fibroblasti, cellule gliali e dagli stessi neuroni che generano un complesso sistema di interazioni e integrazioni fra la componente vascolare e le cellule di sostegno, in grado di reagire agli stimoli e modulare la funzionalità del sistema nervoso; questo sistema, definito neurovascular coupling, assicura la perfusione ematica nelle differenti aree cerebrali influenzando l’attivazione o la riduzione dell’attività metabolica neuronale nei differenti distretti del sistema nervoso e condizionandone, di conseguenza, le risposte.

Il metabolismo cerebrale dipende dal costante rifornimento di glucosio e ossigeno, indispensabili per mantenere la funzione cerebrale: sono assicurati dall’apporto ematico, per cui esiste un rapporto biunivoco obbligato, un “accoppiamento” fra il lavoro svolto dai singoli neuroni o dai centri nervosi ed i mutamenti del flusso ematico cerebrale; il tessuto nervoso rilascia molecole ad azione angiogenica in grado di promuovere la proliferazione di reti capillari diffuse e mediatori chimici capaci di regolare la funzione endoteliale di tali vasi.

Già durante lo sviluppo embrionale, la profonda interazione fra il tessuto nervoso in via di replicazione e differenziazione ed i vasi che ne sostengono l’accrescimento e la differenziazione crea “nicchie ecologiche” in grado di supportare la neurogenesi e le prime forme di attività nervosa: le nicchie perivascolari ottimizzano un ambiente idoneo al funzionamento neuronale, garantendo non solo l’apporto dei nutrienti necessari e la rimozione delle tossine metaboliche, ma anche distretti dove i mediatori chimici possono veicolare messaggi ad azione locale; le cellule endoteliali dei capillari, la muscolatura liscia che agisce su questi ultimi, i periciti, i fibroblasti e la microglia, caratterizzata da astrociti e cellule gliali, costituiscono complesse interazioni che possono differire da una regione cerebrale all’altra, conferendo specificità ai microambienti vascolari.

In particolare, i periciti, cellule indifferenziate con origine mesenchimale neuroectodermica, svolgono una funzione contrattile sui vasi, circondando parzialmente le cellule endoteliali dei capillari e delle venule; i loro prolungamenti, che aderiscono all’epitelio capillare, sono in grado di formare delle gap junction (giunzioni comunicanti) con le cellule endoteliali di cui si compongono i piccoli vasi: queste giunzioni sono direttamente coinvolte nello scambio di materiali nutritivi, nella regolazione dei rapporti fra le cellule, nella conduzione degli impulsi elettrici, nell’accrescimento, nella differenziazione e nell’integrazione dell’attività cellulare, contribuendo a formare, controllare il funzionamento e l’integrità della barriera emato-encefalica, oltre che a intervenire nel mantenimento della componente vascolare e nell’angiogenesi.

Così come il neurovascular coupling è in grado di sostenere positivamente l’attività neurologica, ed in particolare quella cerebrale, all’opposto il “disaccoppiamento” che deriva dal ridotto flusso sanguigno, conseguente alla ridistribuzione delle risorse che viene attuato da parte dell’organismo in caso di stress, ne deprime l’attività: la necessità di supportare metabolicamente le aree più attive nella gestione degli eventi stressanti comporta un’inibizione distrettuale delle “nicchie ecologiche” perivasali nelle zone non ritenute prioritarie; le “devascolarizzazione” superficiale si manifesta in particolare a livello corticale, di concerto con la riduzione dei flussi circolatori dermo-cutanei.

La relazione fra il distretto epidermico e la corteccia cerebrale non si limita ad una similitudine, ma viene confermata dall’origine embriologica: non solo la pelle è il più ampio ed articolato organo di senso che noi possediamo, ma, nel feto, si forma dallo stesso foglietto germinativo delle cellule nervose; così come la disattivazione della corteccia è accompagnata da una desensibilizzazione della pelle, una stimolazione dolce, quale il tocco, può inviare un nuovo messaggio al sistema nervoso, riattivando la possibilità di intervento dei centri superiori sulle reazioni istintive di difesa. Infatti, sotto l’influenza del tocco delle nostre mani sulla pelle, attraverso la stimolazione cutanea mirata, è possibile riattivare la sensibilità cutanea e riportare il sistema nervoso a contatto con il corpo e con la percezione di sé, favorendo la “riscoperta” di sensazioni talvolta dimenticate: toccare l’esterno, la pelle, in un certo senso, può divenire toccare l’interno del nostro corpo ed, in particolare, possiamo prendere contatto con la corteccia cerebrale; per mezzo dei segnali che possono essere inviati da questo “tocco”, siamo in grado di riportare progressivamente il controllo delle nostre reazioni dalle aree di reazione, dipendenti dal Sistema Limbico o dal Cervello Rettiliano, ai distretti direttivi della Neo-Cortex, il nostro sistema “intellettivo” evoluto.

reset: ripristinare la circolazione cerebrale

Attraverso il “con-tatto” è possibile invertire l’effetto dello stress sulla circolazione cerebrale e, di conseguenza, sovvertire le modalità di interazione fra il nostro io più profondo, che si sente aggredito e impaurito, e le “minacce” che provengono dall’ambiente.

Per mezzo di specifiche tecniche di reset, in grado di “de-attivare” lo stato di ipereccitazione neuro-vegetativa che sottostà ai fenomeni disfunzionali, è possibile interrompere i “programmi per la sopravvivenza”, che rimangono attivi, pur non essendo più idonei al contesto, e riportare il sistema alle condizioni di funzionamento ottimale, prevenendo possibili burn-out o forme di esaurimento.

Le tecniche di reset sono in grado di sovvertire il perpetuarsi dei loop associati alle dinamiche della sopravvivenza, disinnescando la reiterazione di programmi “istintivi”: grazie a queste metodiche è possibile interrompere la risposta difensiva alle ansie, alle paure o ai disagi emotivi controllata prevalentemente dalla dominanza del Sistema Limbico o dall’influenza del Cervello Rettiliano, il cosiddetto “R-Complex”, che ci portano a regredire a manifestazioni “primitive”.

Questo processo è possibile per mezzo di tecniche che favoriscano non solo un generico rilassamento del nostro corpo ma che prevedano il “con-tatto” della pelle: il “tocco terapeutico” a livello cutaneo stimola la normalizzazione delle funzioni corticali e di conseguenza l’azione anabolica e normalizzante del Sistema Nervoso Parasimpatico, antagonizzando l’arousal sostenuto dal Sistema Nervoso Parasimpatico Ortosimpatico e dal Sistema Reticolo-Attivante. La liberazione dal dominio della reazione di difesa, ci permette di vivere nel presente, di recuperare la nostra razionalità, di riappropriarci del controllo delle nostre emozioni e contemporaneamente di dissipare gli squilibri che lo stato di lotta ci crea.

Esistono differenti metodiche in grado di sfruttare il concetto appena illustrato; una di queste è sicuramente la Terapia Cranio-Sacrale: essendo il ritmo cranio-sacrale una manifestazione diretta dell’armonia funzionale somato-emozionale, le alterazioni del ritmo stesso rivelano il dis-equilibrio ed il dis-ease, causati da situazioni di stress. Il Cranio-Sacral Repatterning® attraverso il contatto con la superficie del corpo entra in relazione con le profondità dell’individuo: stress, distonie, disfunzionalità condizionano l’estrinsecazione di quello che William Sutherland definì il “respiro della vita”, sottolineando come la sua euritmia ed eufonia dovessero essere ritenuti indicatori di forza vitale dell’organismo. Considerare il sistema cranio-sacrale semplicemente un sistema cinematico chiuso, una serie di ingranaggi interdigitati dotati di movimento pendolare, sarebbe non solo avere una visione limitata e meccanicistica del funzionamento dell’organismo, ma una “contraddizione in termini”; occorre considerare il sistema cranio-sacrale come un elemento in grado di esprimere nella “qualità” del suo ritmo, il ben-essere individuale che si estrinseca armonicamente nell’interazione delle singole parti che compongono l’insieme funzionale.

Nell’ambito della Kinesiologia Transazionale® ci si serve di tecniche quali la «carezza dei meridiani», il «palming dei meridiani» o il «touch-assist» come strumenti operativi, vista l’estrema efficacia nel resettare il sistema nervoso: nelle mani del professionista preparato e competente si rivelano essere un potente “attrezzo del mestiere, in grado di “riportare” la persona a ritrovare il proprio equilibrio; in particolare, l’utilizzo di una serie di punti riflessi siti prevalentemente a livello del cranio, definiti «punti neuro-vascolari» o «Riflessi di Bennett», deve essere considerata una scelta di elezione per “resettare” le funzionalità corticali e l’intero organismo attraverso il “con-tatto”.

riflessi di Bennett

un po’ di storia

Nei primi anni ’30 del secolo scorso il Dott. Terrance J. Bennett iniziò un intenso lavoro di ricerca clinica sulle correlazioni esistenti fra l’attivazione dei riflessi cutanei situati sulla testa e la parte anteriore del tronco e la funzionalità organica, o meglio, l’attivazione della circolazione sanguigna dei vari organi e ghiandole con la stimolazione di specifiche aree del derma; in quegli anni il confine fra medicina e pratiche “alternative” era piuttosto sfumato e la ricerca di soluzioni per mezzo del lavoro corporeo era all’ordine del giorno: il Dott. Terrance J. Bennett ipotizzò che la chiave per il ripristino della salute dipendesse dalle funzioni di controllo del sistema nervoso.

Utilizzando il fluoroscopio per monitorare i cambiamenti conseguenti alle manovre terapeutiche (occorre ricordare che esami come la TAC o la RMN con contrasto o la PET non esistevano all’inizio del secolo scorso), si dedicò intensamente alla ricerca di una “chiave” che permettesse di “usare” il sistema nervoso per modificare la funzione circolatoria di un particolare viscere; il Dott. Bennett era un clinico a tutto tondo: dedicava tutto il suo tempo alla verifica pratica delle sue ipotesi sperimentali, accertando coi pazienti in clinica gli effetti delle sue intuizioni, essendo convinto che il dilungarsi in teorizzazioni accademiche fosse una perdita di tempo.

Era convinto che le risposte dovessero essere trovate dall’applicazione e dalla ricerca: come conseguenza delle sue idee praticava sessioni ripetute, verificando i cambiamenti ottenuti nel corpo dei pazienti attraverso l’uso della fluoroscopia; si ritiene che questa lunga esposizione a raggi-X abbia materialmente contribuito alla sua morte nel 1962.

La sua scarsa propensione alla medicina teorica ed il fatto che il concetto olistico non fosse molto popolare ai tempi del Dott. Bennett, induceva i colleghi a ritenere le sue ricerche per lo meno stravaganti e spesso veniva osteggiato con conseguente ostracismo nei confronti dei risultati ottenuti: la medicina di quel tempo, fortemente orientata verso la farmacologia e la “ricerca scientifica”, non fu in grado, in quel momento, di cogliere il valore di ciò che egli stava offrendo liberamente, sottovalutando ampiamente il suo lavoro che ci mette a disposizione uno strumento diagnostico e terapeutico importante.

Nel corso delle sue ricerche, grazie all’esame fluoroscopico, scoprì che il contatto con determinati punti, posti prevalentemente sul capo, modificava l’afflusso sanguigno ad organi specifici: solo dopo la sua morte, i suoi lavori pubblicati dal Dott. Ralph J. Martin nel libro «Dynamics of Correction of Abnormal Function» vennero ripresi dal Dott. George Goodheart, che verificò la possibilità di “tonificare” un muscolo debole al “test di Kendall” (test muscolare o test kinesiologico), attraverso il tocco dei «Riflessi di Bennett»; negli anni ’70 del secolo scorso, il Dott. Goodheart confermò ulteriormente le sue ricerche e quelle del Dott. Bennett, verificando, con l’uso del termo-monitoraggio con biofeedback, una modificazione significativa del flusso sanguigno nell’organo corrispondente al «punto di Bennett».

il Dott. Terrance J. Bennett

Siamo a conoscenza del lavoro del Dott. Bennett, grazie al suo libro «A New Clinical Approach to the Correction of Abnormal Function», pubblicato nel 1960, ma soprattutto per merito del libro pubblicato nel 1977 dal chiropratico americano Ralph J. Martin, dal titolo «Dynamics of Correction of Abnormal Function: Lectures of T. J. Bennett», di cui riportiamo uno stralcio, liberamente tradotto:

«Il Dott. Bennett, pur essendo prevalentemente autodidatta, dovrebbe risplendere nella memoria dei chiropratici: infatti, tutt’oggi, gli studenti (delle discipline quali chiropratica, osteopatia, kinesiologia; n.d.a.) che non abbiano approfondito la tecnica, tendono a vederla con soggezione e misticismo, soprattutto alla luce dei risultati fenomenali che talvolta produce.»

«Una volta diplomato in chiropratica stabilì la propria pratica professionale a San Francisco, considerando la propria professione come un’alternativa all’uso dei farmaci, pur non rifiutando l’uso di questi ultimi al bisogno. All’aumentare della clientela, sviluppò un senso di frustrazione per l’inconsistenza dei risultati con alcuni pazienti; riteneva che essendo le leggi della natura intrinsecamente coerenti, anche i risultati coi pazienti dovessero essere coerenti: rendendosi conto che le manipolazioni spinali erano efficaci grazie alla loro influenza sul sistema nervoso, si dedicò avidamente allo studio della neurologia, divorando testo dopo testo nel vano tentativo di trovare risposte alle domande che si poneva. Cogliendo spunti ed idee da ciò che leggeva, nella sua incessante ricerca, cominciò a sviluppare una propria teoria tuttora valida.»

«Il Dott. Bennett, nelle sue lezioni, coinvolgeva i propri studenti nella propria visione di nuove frontiere della ricerca: in quegli anni la maggior parte dei professionisti era focalizzato sugli aspetti strutturali delle malattie e sulla possibilità di modificarli; viceversa il Dott. Bennett, fin dai suoi primi studi, si rese conto che la chiave per ripristinare la salute era da ricercarsi nel controllo della fisiologia e del funzionamento dell’organismo attraverso il miglior strumento possibile, il sistema nervoso.»

«Ad ogni passo, il suo entusiasmo al riguardo aumentava: passò molte ore davanti ad un fluoroscopio, mentre cercava il modo di usare il sistema nervoso per cambiare la funzione di un particolare viscere, contribuendo con l’esposizione prolungata ai raggi X, con molta probabilità, ad avvicinare la propria morte.»

«Il Dott. Bennett era un clinico a tutto tondo, determinato e inflessibile, disposto ad andare fino in fondo alle sue ricerche: se doveva passare la notte seduto al capezzale di un paziente malato o accompagnarlo da un chirurgo non si tirava indietro, se questo gli permetteva di imparare qualcosa utile alle sue ricerche; non si perdeva nelle dissertazioni accademiche o in discussioni pedagogiche orientate all’analisi strutturale, essendo convinto che fosse la funzione a determinare la struttura e che la risposta dovesse essere trovata nell’applicazione di questo assunto.»

«Il concetto olistico non era particolarmente di moda ai suoi tempi, facendo sì che il Dott. Bennett non apparisse “al passo” con molti dei suoi colleghi, anche se in realtà deve essere considerato un innovatore che oggi verrebbe apprezzato per il proprio lavoro: tipicamente offriva le proprie conoscenze, disinvoltamente, alla sua amata professione, anche se i leader a quel tempo non erano in grado di cogliere il valore di ciò che stava offrendo così liberamente; il Dott. Bennett non solo ci ha lasciato un importante strumento terapeutico, ma una procedura di egual valore, in grado di migliorare e complementare la diagnostica ortodossa.»

i punti neuro-vascolari

Il meccanismo d’azione, per quanto non ancora ben compreso, è riconducibile alla riattivazione sanguigna nelle aree cerebrali che, in situazioni di stress, subiscono una riduzione del flusso sanguigno; questa “devascolarizzazione” comporterebbe una ridotta attività metabolica e funzionale degli organi e dei visceri, secondo una corrispondenza zonale specifica: le differenti aree del cranio, ove sono localizzati i «punti di Bennett», rappresentano specifiche aree corticali che sembrano essere connesse, probabilmente per fenomeni di facilitazione segmentale, a zone corporee e a sistemi funzionali ben precisi.

I «Riflessi di Bennett» sembrano essere in grado di favorire e riattivare il neurovascular coupling, cioè di promuovere l’incremento dell’attività neurologica ristabilendo la circolazione sanguigna: l’azione di stimolazione transcutanea esercitata dal contatto con questi punti riflessi sembra agire non solo attraverso la disattivazione dello stato di arousal ortosimpatico e la normalizzazione dello stato parasimpatico ottenibile dal “tocco terapeutico”, ma grazie al ripristino dei riflessi tessutali; nelle nicchie perivascolari cerebrali sono presenti circuiti di controllo vascolare, che si sviluppano precocemente a livello embrionale, in grado di controllare la distribuzione ematica cerebrale.

Anche se il cuore comincia a battere dalla quinta settimana di gestazione, di fatto si può ritenere che non ci sia attività cardiaca funzionale fino al terzo/quarto mese: la circolazione embrionale e fetale, pertanto, è sostenuta dalla circolazione placentare materna ed è incrementata e coadiuvata da una rete di circuiti vascolari fetali, presenti nei tessuti in via di differenziazione. Il processo di accrescimento dei tessuti fetali e di migrazioni cellulari che avviene durante l’ontogenesi, induce sui tessuti fasciali e sui vasi sanguigni delle trazioni che provocano, come riflesso, l’attivazione delle cellule muscolari dell’endotelio vasale: questo fenomeno permette una migliore diffusione del sangue placentare materno all’interno dei tessuti in via di accrescimento. Quando, a partire indicativamente dal quarto mese, il cuore fetale raggiunge il necessario grado di maturazione e con la sua attività inizia a prendere il controllo della circolazione corporea, assumendosi l’onere della vascolarizzazione dei tessuti, i circuiti neuro-vascolari continuano nel loro sviluppo, pur assumendo un ruolo di vestigia funzionali, potenzialmente utilizzabili dal sistema nervoso per il controllo vascolare in caso di bisogno: la loro funzione diviene significativa, per esempio, in caso di angioneogenesi o di alterazione della perfusione ed ipossia dei tessuti.

Questi circuiti neuro-vascolari sono situati nel tessuto dermico, a ridosso dell’epidermide: una leggera trazione della pelle, ma anche un contatto delicato, stirando il tessuto endoteliale tramite la tensione fasciale sottocutanea, è in grado di modificare la risposta delle strutture contrattili presenti a livello delle metarteriole precapillari; in queste strutture esistono fibre muscolari lisce, site nel punto di transizione tra le arteriole ed il letto capillare, con funzione sfinterica, che rivestono un ruolo rilevante nella regolazione del flusso ematico. Un contatto efficace o un leggero stiramento dermico, incrementando la perfusione nella nicchia pericapillare, è solitamente accompagnata da un lieve fremito vascolare nel tessuto fasciale, percepibile tattilmente, che risulta non necessariamente sincrona con il battito cardiaco, in quanto la frequenza pulsatoria non dipende dal cuore.

Possiamo paragonare, in un certo senso, questi riflessi a un termostato: a causa di sollecitazioni neuro-ormonali o tensioni fasciali, spesso conseguenza dello stress, questi servomeccanismi possono stararsi: quando il “termostato” ha una sensibilità alterata o è in blocco, l’area risulta ipovascolarizzata come effetto dello shunt vascolare che devia il flusso ematico dalle metarteriole precapillari, indipendentemente da eventuali messaggi nervosi o chimici che, viceversa, favorirebbero l’incremento della perfusione del tessuto.

Si può ritenere quindi che il “tocco terapeutico” applicato a queste micro-aree poste sulla pelle, i «punti neuro-vascolari», sia in grado di riattivare specifici distretti o zone della corteccia cerebrale: i «Riflessi di Bennett» possiedono la capacità di ripristinare il controllo delle metarteriole di una determinata area cutanea e, contemporaneamente, in via riflessa ristabilire il flusso sanguigno della corteccia cerebrale, associato a quello specifico distretto cutaneo, permettendo nelle aree direttive corticali di prendere il sopravvento sulle strutture reattive del Sistema Limbico, limitando gli effetti che l’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene esercita sul microcircolo.

Grazie a questo reset, il corpo è in grado di uscire progressivamente dallo stato di “allerta” e di ristabilire, attraverso una corretta distribuzione sanguigna, lo stato di rilassamento e vasodilatazione (fase parasimpatica che ha il predominio sulla fase difesa/ortosimpatica), permettendo quindi un’efficace circolazione dei flussi energetici. Contestualmente, grazie al lavoro del  Dott. Terrance Bennett, sappiamo che viene modificato l’afflusso sanguigno in organi bersaglio associati a quel particolare «punto neuro-vascolare»; il Dott. George Goodheart, col suo lavoro di ricerca e con l’uso del termo-monitoraggio con biofeedback ha confermato la presenza di un incremento indicativo del flusso sanguigno nell’organo corrispondente al «punto di Bennett» associato: le micro-aree in grado di indurre questi cambiamenti, poste prevalentemente (ma non solo) sul cranio,  sono state definite anche «riflessi neuro-vascolari», in quanto la stimolazione tattile di questi punti facilita la riattivazione della circolazione sanguigna a livello dei capillari fasciali delle regioni circostanti che condividono l’innervazione del sistema simpatico, permettendo il manifestarsi di una pulsazione sincrona, simmetrica e regolare nei tessuti circostanti.

utilizzo dei punti neuro-vascolari

La stimolazione dei «Riflessi di Bennett» avviene con il semplice contatto cutaneo, anche se l’attitudine dell’operatore ed il suo stato di rilassamento e la capacità di effettuare l’ascolto attivo possono essere considerati elementi in grado di rendere il processo più efficace; attraverso il “tocco terapeutico”, dopo alcuni secondi di leggero contatto è possibile sentire sotto la punta delle dita una lieve pulsazione con frequenza intorno ai 60/70 battiti al minuto: inizialmente, la pulsazione percepita dal contatto dell’operatore è spesso asincrona rispetto a quella cardiaca che viene trasmessa dai grandi vasi ai distretti vascolari periferici, e può avere una frequenza asimmetrica, discronica oppure presentare un ritmo anapestico o sincopato.

Si ritiene che ciò che viene “sentito” dal contatto cutaneo sia la pulsazione autonoma delle cellule pace-maker dei capillari, dipendente dai riflessi embrionali, che viene modulata dall’azione distrettuale del Sistema Ortosimpatico: occorre attendere in genere da alcuni secondi a vari minuti, perché si abbia una sincronizzazione del battito fra i due punti simmetrici o all’interno di una micro-area, corrispondenti ai differenti «punti neuro-vascolari»; talvolta, per favorire la “normalizzazione del ritmo vascolare” è necessario esercitare una leggera trazione del derma, in modo da attivare, tramite la fascia, i riflessi capillari embrionali e l’attività delle cellule pace-maker o il rilascio della componente sfinterica delle metarteriole. In alcuni casi occorre trovare la direzione che attiva il processo: il test muscolare può essere utile per identificare, mediante challenge, il vettore ottimale. Talvolta lo stress può essere (o essere stato) così forte e duraturo, da richiedere anche decine di minuti prima che si manifesti una qualche forma di sincronizzazione dei battiti dermici: da quando si manifesta la riarmonizzazione del ritmo, è comunque opportuno attendere da un minimo di 20 secondi ad alcuni minuti, per ottenere una stabilizzazione del flusso sanguigno e della pulsazione, anche se talvolta si possono attraversare fasi alterne di battiti armonici ed euritmiche che si alternano a manifestazioni discroniche o dissonanti.

La stimolazione, che si ottiene col semplice tocco prolungato dei «punti neuro-vascolari», favorisce la riattivazione generale dell’intero sistema corporeo, soprattutto quando il contatto avviene secondo una sequenza specifica, attendendo, per ogni punto o coppia di punti simmetrici, la sincronizzazione del battito; questa tecnica, nelle mani di un professionista del ben-essere, quale un operatore in Kinesiologia Transazionale®, può essere impiegata come metodica “stand-alone” o essere utilizzata in combinazione con altre procedure di rilassamento o riequilibrazione, in modo da amplificare l’effetto ottenibile o produrre risultati più duraturi. Una frizione dei punti NV o una pressione eccessiva provoca in genere un temporaneo indebolimento del muscolo al test muscolare.

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