effetto trigger

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ultimo aggiornamento: 5 Aprile 2020 alle 17:09

Letteralmente, una situazione che funge da grilletto, da attivatore, per innescare una serie di conseguenze: nello specifico si parla di fenomeno della “reminiscenza emozionale“, scatenata da eventi o stimoli, in grado di far emergere ricordi, spesso vaghi e imprecisi, caratterizzato soprattutto dalla memoria delle sensazioni di sofferenza, a cui il corpo reagisce come se esistesse ancora una reale situazione di pericolo. Interessante notare che la locuzione “effetto trigger” è utilizzata in mineralogia, per descrivere come stimoli, anche minimali, possano perturbare uno stato di equilibrio instabile di un sistema roccioso: l’incremento dello stress esercitato sulla roccia, giunge, alla fine, a formare una frana, anche se questa è rimasta in bilico per tempi lunghissimi.

Occorre distinguere l’effetto trigger dal trigger point, termine utilizzato per indicare aree, più o meno estese, di ipereccitabilità sensoriale, la cui stimolazione provoca distorsioni della percezione ed iperestesia.

come nasce l’effetto trigger: il trauma

Talvolta le esperienze individuali hanno risvolti che possono rivelarsi drammatici e possono indurre un “danno” somato-emozionale; l’impatto di ciò che ci accade è assolutamente soggettivo e non è neppure direttamente dipendente dal tipo di evento. Può essere l’effetto di un singolo fatto o della reiterazione di “eventi traumatici” o il perdurare di situazioni stressanti: l’effetto finale è la genesi di una “ferita” la cui gravità varia ovviamente, dipende da molti fattori, intrinseci o estrinseci, ma che non può che coinvolgere la sfera del sentire (emozioni) e la fisicità (soma).

In poche parole un trauma: se ci basiamo sull’etimologia di questa parola, capiamo che in sé porta il significato di ferita che prova una rottura improvvisa e violenta; di un qualcosa che ci lacera, da parte a parte, che porta con sé un profondo turbamento, uno sconvolgimento dell’equilibrio che ha ripercussioni sul nostro stato somato-emozionale, accompagnato da sofferenza e dalla perdita della nostra integrità: un evento che ci rende vulnerabili al morbo e che crea una separazione netta tra un “prima” del turbamento e un “dopo” lo shock.

Essendo l’esperienza traumatica intrinsecamente dolorosa, può essere considerata uno stressor in grado di agire come un fattore scatenante, in grado di perturbare l’equilibro somato-emozionale individuale: lo stress induce una serie di adattamenti reattivi e difensivi che comportano alterazioni funzionali e metaboliche (sindrome generalizzata di adattamento). Non deve stupire che, così come da un punto di vista fisico il corpo assuma atteggiamenti antalgici finalizzati a prevenire la possibilità di provare nuovamente dolore, a livello emozionale si creino meccanismi di “rimozione” della memoria traumatica: lo scopo finale è evitare che ogni ricordo possa scatenare nuovamente sofferenza.

Il “refoulement“, il meccanismo della rimozione/repressione dell’evento, genera la formazione di memorie implicite, che spesso si rivelano essere la causa di destabilizzazione emozionale: non si ricorda coscientemente il passato, ma inconsapevolmente si rivive il disagio. Questo fenomeno, frequentemente, scatena risposte corporee ed emotive sganciate dal loro contesto originario; non essendo “spiegabili”, non possono veicolare informazioni che ci permetterebbero di comprendere che stiamo vivendo ricordi: emozioni o reazioni relative ad esperienze passate, che vengono rievocate a nostra insaputa, influenzano e condizionano la nostra realtà attuale, innescando “reazioni emotive” dissociate dal presente e modalità comportamentali spesso inadeguate ai contesti ed alle situazioni del presente.

L’esistenza di esperienze della nostra vita, immagazzinate sotto forma di dati cui non possiamo accedere consapevolmente perché “registrate” in aree del cervello come l’amigdala, comporta che questi ricordi siano difficilmente raggiungibili dalla coscienza; informazioni che rimangono “ignote”, ma che costituiscono le basi dei nostri comportamenti e che possono essere improvvisamente “riportate a galla” da un odore, una sensazione, un’impressione, un avvenimento che si verifica in un particolare momento della nostra esistenza, come conseguenza di un evento casuale: un’orma del nostro passato, una traccia di ciò che è stato ma che non ricordiamo. Un qualcosa d’indefinito che è comunque significativo e rilevante per noi e che crea quel “grilletto” in grado di evocare frammenti di ricordi.

conseguenze dell’effetto trigger

Il fenomeno della “reminiscenza emozionale“ è scatenata da eventi o stimoli talvolta minimali, di cui quasi sempre siamo inconsapevoli; i trigger, cioè gli “inneschi”, sono in grado di far emergere un ricordo vago e impreciso, caratterizzato soprattutto dalla memoria delle sensazioni di sofferenza, cui il corpo reagisce come se esistesse ancora una reale situazione di pericolo. Un particolare fatto, un odore, un suono, un’immagina può  scatenare l’associazione di ricordi, facendo riemergere la sofferenza del trauma: improvvisamente vengono annientate le difese e le compensazioni che la persona aveva costruito per evitare di rivivere il dolore, riportando alla luce la sensazione di malessere legata al passato, cui si sommano i disagi e le manifestazioni associate al dis-stress del presente.

In alcuni casi riemerge nitido il ricordo, la memoria di un evento specifico, magari lontano nel tempo, con la rievocazione dell’inquietudine e del disagio fisico ed emozionale vissuti; altre volte è un’impressione, una sensazione, come il riecheggiamento di qualcosa d lontano, una traccia che emerge dal passato, che non sempre riesce a spiegare il malessere sa cui ci si sente avvolti. L’ansia, l’angoscia, gli attacchi di panico e le altre emozioni associate, possono essere una conseguenza dell’effetto trigger, una risposta somato-emotiva alla sensazione di pericolo che nasce dalla proiezione inconsapevole dell’esperienza passata sul presente, un promemoria del trauma, di cui, spesso, la persona non è consapevole.

Frequentemente, se non si posseggono strumenti per fronteggiare il disagio somato-emozionale o se non ci si prende cura del problema, si possono manifestare stati di stanchezza cronica, difficoltà nelle relazioni interpersonali e irritabilità; talvolta subentrano aggressività o difficoltà decisionale, confusione, frequentemente associati a somatizzazioni che denunciano lo stato di logoramento che nasce dal conflitto fra le dinamiche emotive irrisolte e le pressioni a ci si è sottoposti nel presente. Rigidità muscolare, specialmente a livello del collo e delle spalle o nel tratto lombo-sacrale; tendenza a serrare le mascelle o a digrignare i denti (bruxismo); emicrania o cefalea muscolo-tensiva; squilibri posturali sono solo alcune delle manifestazioni che possono scaturire dalla proiezione dei disagi del passato sul presente.

kinesiopatia® ed effetto trigger

Occorre sottolineare che gli operatori professionali che esercitano la Kinesiopatia® non agiscono in ambito psicoterapeutico, psicoanalitico o psichiatrico, ma intervengono per attivare e direzionare quella propensione all’autoguarigione intrinseca in ogni corpo, che definiamo “vis medicatrix naturæ>”: questo non riduce l’efficacia di un possibile intervento di supporto e sostegno, in caso di “effetto trigger” e delle manifestazioni somato-emotive associate.

Per quanto esistano tecniche (non psicoterapiche) in grado di aiutare chi soffre a comprendere meglio gli eventi e le modalità di reazione messe in atto in passato per “sopravvivere” agli eventi traumatici cui siamo stati sottoposti l’attenzione il professionista del ben-essere deve necessariamente focalizzarsi sulla gestione dello stress scatenata dalla “reminiscenza”. Diventa prioritario rafforzare la capacità allostatica e la capienza dell’organismo: non è possibile affrontare uno stress, che per definizione rappresenta l’incapienza verso ulteriori richieste, creando esigenze e pressioni aggiuntive.

Talvolta l’organismo è incapace di fronteggiare l’incremento prestazionale (performance) necessario per gestire il dis-stress causato memorie implicite che riemergono: soprattutto in presenza di reminiscenze legate a vissuti spiacevoli o traumatici, ulteriori rievocazioni di ricordi o di vissuti emozionali si rivelano inutili  per l’elaborazione e la gestione emozionale; al contrario possono agire come possibili fattori di riconsolidamento e rafforzamento degli effetti del ricordo e della sofferenza ad esso associata.

L’effetto trigger, disvelando ciò che il refoulement aveva seppellito intimamente nel profondo, ci rende nuovamente vulnerabili al trauma: cercare di far emergere il ricordo, qualora non ci siano le condizioni ottimali, non solo rischia di incrementare l’angoscia e la sofferenza associati, ma anche di rafforzare quegli schemi comportamentali adottati in passato; patterns che, per quanto possano essersi rivelati vincenti  “illo tempore[1]”, sono spesso inadeguati nel momento o nel contesto attuale, nel qui e ora.

gestione dello stress emotivo

Poiché lo stress induce una serie di adattamenti reattivi e difensivi accompagnati da alterazioni funzionali e metaboliche (sindrome generalizzata di adattamento), non dobbiamo stupirci se il corpo riduca la sua efficacia energetica e biochimica; ugualmente, da un punto di vista fisico, l’insorgenza di atteggiamenti antalgici finalizzati a ridurre l’angoscia e l’ansia associati al malessere porta ad una progressiva perdita di efficienza corporea, innescando tensioni o rigidità: meno l’organismo permane nella propria “confort zone”, nell’omeostasi energetica, più la vulnerabilità incrementa in ogni ambito, innescando circoli viziosi.

La Kinesiopatia offre differenti opzioni, al professionista del ben-essere, per gestire il distress generato dall’effetto trigger: la visione olistica di questa disciplina permette di intervenire sia sulla componente somato-emozionale, sia su quella biochimica e funzionale; non bisogna dimenticare che l’organismo non è un’entità costituita da compartimenti stagni o parti separate ed indipendenti l’una dall’altra, ma piuttosto una complessa unità-totalità, un “insieme” unico e indivisibile chiamato spesso “olos”, dal greco ὅλος (hòlos → totale, globale).

Il supporto offerto, però, può anche agire direttamente sulle modalità neurologiche con cui l’organismo si “difende” dallo stress: quando ci confrontiamo con uno stressor sufficientemente potente da perturbare il nostro equilibrio; quando differenti cofattori eziologici vanno a deprimere la nostra energia vitale: quando un fattore scatenante, come una goccia in grado di far traboccare un vaso al colmo, l’organismo reagisce con l’attivazione di risposte adattative neuro-umorali, mediate dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali, e da atteggiamenti comportamentali che normalmente vengono inquadrati sotto la locuzione “fight&flight”. L’effetto di questa cascata di eventi è una ridistribuzione dell’energia corporea, mediata anche da profonde modificazioni della circolazione sanguigna: si osserva un blood-shift, cioè uno spostamento del sangue dalla superficie corporea verso distretti più profondi e, soprattutto, prioritari per la sopravvivenza dell’individuo.

[1] illo tempore → locuzione latina che significa, letteralmente, “in quel tempo„; l’espressione usata per indicare un tempo lontano che non si ricorda quasi più; in questo caso è utilizzata per sottolineare la distanza nel tempo fra cause emozionali ed effetti comportamentali.

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