effetto trigger

ultimo aggiornamento: 9 Maggio 2020 alle 1:22

che cos’è?

Letteralmente, una situazione che, fungendo da attivatore, riporta a galla ricordi nascosti, come se una sorta di grilletto facesse scattare una molla; un “interruttore” in grado di far riemergere emozioni del passato, capaci di innescare impressioni, di smuovere reazioni somato-emozionali: parliamo di “reminiscenza emozionale“, di flashback, della rievocazione di sensazioni scatenate da eventi o stimoli, in grado di far emergere “vestigia” del passato, spesso imprecise e nebulose, ombre del tempo che fu; vaghe memorie di sofferenza, a cui il corpo reagisce come se esistesse ancora una reale situazione di pericolo.

Interessante notare che la locuzione “effetto trigger” è utilizzata in mineralogia, per descrivere come stimoli, anche minimali, possano perturbare uno stato di equilibrio instabile di un sistema roccioso: l’incremento dello stress esercitato sulla roccia giunge, alla fine, a formare una frana, anche se rocce e massi sono rimasti in bilico, in uno stato di pseudo-equilibrio, per tempi lunghissimi.

Ovviamente occorre fare una netta distinzione fra effetto trigger e trigger point: mentre il primo è l’emergere di percezioni spesso sgradevoli, che possono portare un turbamento nella persona, con il secondo si suole indicare aree, più o meno estese, o punti (point) di ipereccitabilità sensoriale, la cui stimolazione provoca distorsioni della percezione ed iperestesia, frequentemente con proiezioni dolorose anche distali.

come nasce l’effetto trigger: il trauma

Le esperienze individuali hanno risvolti che possono rivelarsi drammatici, potendo indurre un “danno” somato-emozionale, un trauma: l’impatto di ciò che ci accade è assolutamente soggettivo e non è neppure dipendente dal tipo di evento; può essere l’effetto di un singolo fatto oppure la conseguenza della reiterazione o del perdurare di situazioni stressanti. Nel caso in cui un evento generi un dis-stress irrisolto, spesso l’esito finale è la genesi di una “ferita”, la cui gravità varia ovviamente, dipendendo da molti fattori, intrinseci o estrinseci: invariabilmente, quando ci tocca, non può che coinvolgere la sfera del sentire (emozioni) e la fisicità (soma); in poche parole un mal-essere, che lascia traccia in noi.

Se ci basiamo sull’etimologia di questa parola, capiamo che in sé porta il significato di ferita: una rottura improvvisa e violenta, qualcosa che ci lacera, da parte a parte e che porta con sé un profondo turbamento; uno sconvolgimento dell’equilibrio che ha ripercussioni sul nostro stato somato-emozionale, accompagnato da sofferenza e dalla perdita della nostra integrità. Una noxa che, attraverso il dis-stress ed il dis-ease, ci rende vulnerabili al morbo: una circostanza, un turbamento, uno shock che crea una separazione netta tra un “prima” ed un “dopo”.

Essendo l’esperienza traumatica intrinsecamente dolorosa, deve essere considerata necessariamente uno stressor in grado, cioè, di agire come un fattore scatenante: un elemento causale capace di perturbare l’equilibro somato-emozionale individuale; lo stress induce una serie di adattamenti reattivi e difensivi che comportano alterazioni funzionali e metaboliche (risposta generalizzata di adattamento). Non deve stupire che, così come da un punto di vista fisico il corpo assuma atteggiamenti antalgici finalizzati a prevenire la possibilità di provare nuovamente dolore, a livello emozionale si creino meccanismi di “rimozione” della memoria traumatica: lo scopo finale è evitare che ogni ricordo possa scatenare nuovamente sofferenza.

Il “refoulement”, il meccanismo della rimozione/repressione dell’evento, genera la formazione di memorie implicite, che spesso si rivelano essere la causa della destabilizzazione emozionale: non si ricorda coscientemente il passato, ma inconsapevolmente si rivive il disagio; questo fenomeno, frequentemente, scatena risposte corporee ed emotive sganciate dal loro contesto originario.

Non essendo “spiegabili”, non possono veicolare informazioni che ci permetterebbero di comprendere che stiamo vivendo ricordi: emozioni o reazioni relative ad esperienze passate che vengono rievocate a nostra insaputa; ombre che influenzano e che condizionano la nostra realtà attuale, innescando “reazioni emotive” dissociate dal presente, traducendosi in modalità comportamentali inadeguate ai contesti ed alle situazioni del presente. Nel libro «Io sono Dio», Giorgio Faletti scrive: «andare a caccia di ricordi non è un bell’affare: quelli belli non li puoi catturare e quelli brutti non li puoi uccidere»: sofferenze e paure non solo sono difficili da cancellare dal profondo della nostra memoria, ma sono più in grado di condizionarci, sotto traccia, molto più del ricordo dei momenti felici.

L’esistenza di esperienze della nostra vita, immagazzinate sotto forma di dati cui non possiamo accedere consapevolmente, perché “registrate” in aree del cervello come l’amigdala, comporta che questi ricordi siano difficilmente raggiungibili dalla coscienza; informazioni che rimangono “ignote”, che costituiscono le basi dei nostri comportamenti ma che possono essere improvvisamente “riportate a galla” da un odore, una sensazione, un’impressione, un avvenimento che si verifica in un particolare momento della nostra esistenza, come conseguenza di un evento casuale: un’orma del nostro passato, una traccia di ciò che è stato ma che non ricordiamo.

Un qualcosa d’indefinito che è comunque significativo e rilevante per noi e che crea quel “grilletto” in grado di evocare frammenti di ricordi, tracce di ciò che è stato.

conseguenze dell’effetto trigger: la reminiscenza

Il fenomeno della “reminiscenza emozionale“ è scatenata da eventi o stimoli talvolta minimali, di cui quasi sempre siamo inconsapevoli; i trigger, cioè gli “inneschi”, sono in grado di far emergere un ricordo vago e impreciso, caratterizzato soprattutto dalla memoria delle sensazioni di sofferenza, cui il corpo reagisce come se esistesse ancora una reale situazione di pericolo.

Un particolare fatto, un odore, un suono, un’immagine può scatenare l’associazione di ricordi, facendo affiorare la sofferenza del trauma pregresso, gravido di emozioni irrisolte, ma dimenticato: improvvisamente vengono annientate le difese e le compensazioni che avevamo costruito per evitare di rivivere il dolore; riporta alla luce la sensazione di malessere legata al passato, cui si sommano i disagi e le manifestazioni associate al dis-stress del presente..

In alcuni casi riemerge nitido il ricordo, la memoria di un evento specifico, un déjà-vu magari perso nel tempo: si accompagnano con la rievocazione dell’inquietudine, del disagio fisico ed emozionale già vissuti; altre volte è un’impressione, una sensazione, come il riecheggiamento di qualcosa lontano, una traccia che emerge dal passato, che non sempre riesce a spiegare il malessere da cui ci si sente avvolti. L’ansia, l’angoscia, gli attacchi di panico e le altre emozioni associate, possono essere una conseguenza dell’effetto trigger, una risposta somato-emotiva alla sensazione di pericolo che nasce dalla proiezione inconsapevole dell’esperienza passata sul presente, un promemoria del trauma, di cui, spesso, non ci rendiamo conto.

Frequentemente, se non si posseggono strumenti per fronteggiare il disagio somato-emozionale o se non ci si prende cura del problema, si possono manifestare stati di stanchezza cronica, difficoltà nelle relazioni interpersonali e irritabilità; talvolta subentrano aggressività o difficoltà decisionale, confusione, frequentemente associati a somatizzazioni che denunciano lo stato di logoramento, espressione del conflitto fra le dinamiche emotive irrisolte e le pressioni cui si è sottoposti nel presente.

Rigidità muscolare, specialmente a livello del collo e delle spalle o nel tratto lombo-sacrale; tendenza a serrare le mascelle o a digrignare i denti (bruxismo); emicrania o cefalea muscolo-tensiva; tensione nella muscolatura delle gambe, associati o meno a crampi muscolari; squilibri posturali e disorientamento spaziale sono solo alcune delle manifestazioni che possono scaturire dalla proiezione dei disagi del passato sul presente.

Kinesiopatia® ed effetto trigger

Occorre sottolineare che gli operatori professionali che esercitano la Kinesiopatia® non agiscono in ambito psicoterapeutico, psicoanalitico o psichiatrico, ma intervengono sulla componente somato-emozionale: lo scopo è attivare e direzionare quella propensione all’autoguarigione intrinseca in ognuno di noi, che definiamo “vis medicatrix naturæ”.

Agire sull’energia vitale dell’organismo ed aumentare la capienza e la resilienza individuale (cioè la capacità di sopportare gli stress) sono strumenti che permettono di gestire sia il senso di sopraffazione a livello fisico, sia il disagio emotivo: pur non agendo sulla componente “psichica”, è possibile intervenire efficacemente sul “effetto trigger” e sulle manifestazioni somato-emotive associate, offrendo supporto e sostegno, in un cammino verso il ben-essere.

Esistono tecniche (non psicoterapiche) in grado di aiutare chi soffre a comprendere meglio le dinamiche emotive che emergono: capire le modalità di reazione messe in atto per “sopravvivere” agli episodi traumatici cui siamo stati sottoposti, più che essere ossessionati dagli eventi stessi, permette di focalizzarsi sul cambiamento; l’attenzione del professionista del ben-essere deve necessariamente concentrarsi sulla gestione dello stress scatenato dalla “reminiscenza”.

Diventa pertanto prioritario rafforzare la capacità allostatica: non è possibile affrontare il distress, che per definizione rappresenta l’incapienza verso richieste a cui siamo sottoposti, senza mettere in atto una valutazione multidimensionale, per gestire non solo le esigenze fisico-biochimiche e nutrizionali ma anche gli aspetti emozionali o spirituali, permettendo di arginare gli effetti di eventuali pressioni aggiuntive a cui ci sente sottoposti.

Talvolta l’organismo è incapace di fronteggiare l’incremento prestazionale (performance) necessario per gestire le memorie implicite che riemergono: soprattutto in presenza di reminiscenze legate a vissuti spiacevoli o traumatici, ulteriori rievocazioni di ricordi, di esperienze o di vissuti si rivelano inutili per l’elaborazione e la gestione emozionale; al contrario possono agire come possibili fattori di riconsolidamento e rafforzamento delle conseguenze che derivano dal ricordo e della sofferenza ad esso associata.

L’effetto trigger, disvelando ciò che il refoulement aveva seppellito intimamente nel profondo, ci rende nuovamente vulnerabili al trauma: cercare di far emergere il ricordo, qualora non ci siano le condizioni ottimali, non solo rischia di incrementare l’angoscia e la sofferenza associata, ma anche di rafforzare quegli schemi comportamentali adottati in passato; patterns che, per quanto possano essersi rivelati vincenti “illo tempore”, sono spesso inadeguati nel momento o nel contesto attuale, nel qui e ora.

gestione dello stress emotivo

Lo stress induce una serie di adattamenti reattivi e difensivi accompagnati da alterazioni funzionali e metaboliche (sindrome generalizzata di adattamento): pertanto, non dobbiamo stupirci che il corpo contingenti le proprie energie, in un’ottica di conservazione delle riserve, nell’attesa di una lunga guerra da affrontare; da un punto di vista fisico, l’insorgenza di atteggiamenti, antalgici finalizzati a ridurre l’angoscia e l’ansia, porta ad una progressiva perdita dell’efficienza corporea, innescando tensioni o rigidità.

Più l’organismo permane nella propria “confort zone”, nell’omeostasi energetica che garantisce sufficiente capacità di reazione, meno l’organismo è vulnerabile; nello stress, soprattutto quando si cronicizza, si inverte questa situazione e si instaura uno stato di fragilità e di debolezza che rende la persona suscettibile al mal-essere, innescando circoli viziosi.

La Kinesiopatia® offre differenti opzioni, al professionista del ben-essere, per gestire il distress generato dall’effetto trigger: la weltanschauung, ovvero la “filosofia terapeutica” di questa disciplina, permette di intervenire sia sulla componente somato-emozionale, sia su quella biochimica e funzionale; non bisogna dimenticare che l’organismo non è un’entità costituita da compartimenti stagni o parti separate ed indipendenti l’una dall’altra, ma piuttosto una complessa unità-totalità, un “insieme” unico e indivisibile chiamato “olos”, dal greco ὅλος (hòlos → totale, globale).

Il supporto offerto può agire direttamente sulle modalità neurologiche con cui l’organismo si “difende” dallo stress: quando ci confrontiamo con stressor o noxæ sufficientemente potenti da perturbare il nostro equilibrio, quando differenti cofattori eziologici vanno a deprimere la nostra energia vitale, quando un fattore scatenante, come una goccia, è in grado di far traboccare un vaso al colmo, quando le spine irritative continuano ad agire, come braci sotto la cenere, l’organismo reagisce con l’attivazione di risposte adattative neuro-umorali che coinvolgono l’asse ipotalamo-ipofisi-surrenali.

Ugualmente l’arousal causato dalle pressioni emozionali e sociali inducono atteggiamenti comportamentali che normalmente vengono inquadrati sotto la cosiddetta “fight-or-escape response”: l’effetto di questa cascata di eventi è una ridistribuzione dell’energia corporea, mediata anche da profonde modificazioni della circolazione sanguigna; si osserva un blood-shift, cioè uno spostamento del sangue dalla superficie corporea verso distretti più profondi e, soprattutto, prioritari per la sopravvivenza dell’individuo.

stress e accoppiamento neuro-vascolare

Le risposte alle pressioni cui siamo sottoposti riflettono una sequenza gerarchica di reazioni, che consentono all’organismo di orchestrare l’adattamento ai fattori di stress (coping); al centro di questo processo è posto il sistema delle catecolamine e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene: quest’ultimo è un sistema neuro-endocrino, organizzato secondo modelli cibernetici, che viene attivato sia da stressor fisici reali, sia da minacce (percepite e previste, secondo modelli di anticipazione emozionale) o dagli effetti che la valutazione sociale ed il giudizio esercitano sull’individuo. Viceversa il sistema catecolaminergico è l’espressione funzionale dal sistema nervoso ortosimpatico, coadiuvato dall’azione della midollare del surrene.

Tanto nel caso in cui venga attuata una strategia di gestione immediata dello stress, derivante da un orizzonte temporale limitato, quanto nel management del “sovraccarico” a lungo termine, l’ottimizzazione delle risorse passa attraverso una redistribuzione del sangue verso distretti considerati prioritari per la sopravvivenza dell’organismo. Cuore, reni, cervello sono le aree che ricevono la maggior attenzione dal sistema nervoso, essendo fondamentali per pompare l’energia, garantire l’equilibrio biochimico del milieu interiéur, ed interagire con gli stimoli interni o esterni: la risposta neurologica è finalizzata a trovare il miglior compromesso possibile fra le richieste cui si è sottoposti e le risorse disponibili; per quello che riguarda, però il sistema encefalico e spinale, non tutte le regioni assumono uguale importanza per la sopravvivenza e la risposta allo stress.

All’aumentare delle pressioni, sociali o ambientali cui siamo sottoposti, il sistema nervoso disattiva le aree non immediatamente necessarie, per favorire la velocità di reazione; i capillari sanguiferi, presenti nel sistema nervoso, non hanno semplicemente il compito di supportare metabolicamente i fabbisogni neuronali ma per effetto del cosiddetto “neurovascular coupling” (accoppiamento neuro-vascolare) sono in grado di reagire agli stimoli e modulare la funzionalità del sistema nervoso stesso: la diffusione del sangue all’interno dei distretti cerebrali influenza l’attivazione o la riduzione di attività, in particolare delle regioni encefaliche. Questo fenomeno assume un ruolo rilevante nei meccanismi di risposta allo stress e nel coinvolgimento di differenti aree nelle risposte adattative (anche alla luce della diversa attivazione delle strutture arcaiche del cervello, rispetto a quelle più moderne) e nella gestione degli eventi che coinvolgono situazioni di pericolo o di dolore.

Essendo lo stress codificato sotto i termini di scelta istintuale “lotta-fuga-mimetismo-sopravvivenza”, le aree coinvolte nel controllo circolatorio sono prioritariamente l’Ipotalamo ed i centri sottocorticali che tendono a escludere il predominio della corteccia cerebrale, dando maggior spazio a quella serie di comportamenti, che spesso definiamo istintivi o intuitivi, che, in certe condizioni, possono divenire il fattore che ci mantiene imprigionati nei comportamenti difensivi di allarme o vigilanza.

un cammino verso il ben-essere

Attraverso specifiche tecniche di reset, in grado di “de-attivare” lo stato di ipereccitazione neuro-vegetativa che sottostà ai fenomeni disfunzionali, è possibile interrompere i “programmi per la sopravvivenza”, che rimangono attivi, pur non essendo più idonei al contesto, e riportare il sistema alle condizioni di funzionamento ottimale, prevenendo possibili burn-out o forme di esaurimento.

Le tecniche di reset sono in grado di sovvertire il perpetuarsi di loop, disinnescando la reiterazione di programmi “istintivi”: la risposta difensiva è controllata prevalentemente dalla dominanza del sistema limbico, in risposta all’ansia o alla paura oppure a situazione di disagio emotivo che assume il predomino sulla componente “corticale”, in grado di ponderare le reazioni; talvolta lo stato di stress è talmente sopraliminale da riportare le persone a regredire a manifestazioni “primitive”, dominate dall’influenza del cervello rettiliano, il cosiddetto “R-Complex”.

Tecniche di normalizzazione del ritmo cranio-sacrale, ed in particolare il “reset temporo-vascolare”, utilizzate nel Cranio-Sacral Repatterning® o la stimolazione dei riflessi di Bennett, in grado di agire sull’equilibrio neuro-vascolare, di cui ci si avvale nella Kinesiologia Transazionale®, sono strumenti fondamentali per il professionista del ben-essere per “normalizzare” le risposte dell’organismo.

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