rigidità

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ultimo aggiornamento: 7 Luglio 2018 alle 21:26

Derivato dal latino rigĭdus (→ rigido), radice comune a rigidĭtas (rigidità) e rigidĭtia (rigidezza): i due termini, in determinati ambiti, possono essere considerati sinonimi, in quanto esprimono la capacità di opporsi alla deformazione elastica (o alla deformazione plastica), provocata da una forza applicata; in genere si utilizza rigidità quando si parla delle caratteristiche specifiche di un materiale, e di rigidezza, se si parla di una struttura. Può essere anche definita come la resistenza alla deformabilità, potendo venire descritta con aggettivi come “flessionale” o “torsionale“, a seconda del tipo di vettori che sollecitano la struttura o il materiale, oppure “elastica“, in conseguenza di una “restitutio in integrum” del corpo soggetto a forze che ne modifichino lo stato, o “elastoplastica” quando, invece, vi sia una deformazione plastica rispetto allo “in statu quo ante“. Qualora si osservi la massima rigidità o rigidezza, ovvero che il sistema in esame risulti indeformabile qualunque sia la sollecitazione a cui è sottoposto, si parla di indeformabilità, mentre il suo opposto è l’elasticità. Un corpo rigido è una struttura le cui parti sono soggette al vincolo di rigidità, ossia è un corpo che sia quando è fermo sia quando cambia posizione non si deforma mai. Quando si parla di strutture biologiche o sistemi corporei, il processo di irrigidimento viene visto come l’incremento della rigidità e della rigidezza, per lo più come conseguenza di fenomeni di cronosenescenza: anche i materiali biologici dotati di maggiore rigidità intrinseca o le strutture organiche a maggiore rigidezza, sono caratterizzati da fenomeni (elasticità) o da elementi resistivi e capacitativi (capienza), che conferiscono resilienza e tensegrità.

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