osteofita

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Dal greco ὀστέον (ostéon→osso) e e ϕυτόν (fytón →pianta): è una escrescenza dura, di tessuto osseo, generalmente a forma di becco (becco osteofitico), di spina di rosa o di artiglio. L’osteofitosi è il processo di ossificazione che porta allo sviluppo degli osteofiti: l’osso, nelle fasi iniziali del processo, appare roseo come l’osso spugnoso, perché ricco di canali sanguiferi; col tempo assume l’aspetto biancastro dell’osso compatto.

Il processo osteofitotico, entro certi limiti, può essere considerato para-fisiologico, soprattutto in età giovanile, potendosi assimilare ad una metaplasia che si instaura come processo di adattamento funzionale in risposta a forme di entesofitosi delle superfici ossee sottoposte a trazioni, compressioni e pressioni o come risposta “protettiva” verso pressioni sulla struttura ossea, che inducono la formazione di esostosi o “calli ossei” resistivi: alla nascita le ossa sono praticamente prive di creste, linee rilevate, tuberosità, apofisi o protuberanze. Tutti termini usati per descrivere, in estrema sintesi, “escrescenze ossee” che si formano come espressione “difensiva” e “adattativa” nei confronti delle forze applicate dalle componenti fibrose, a livello delle entesi, o come reattività a forze agenti sull’osso stesso. Possono essere localizzati sulla faccia delle ossa piatte, prospicienti una cavità (ad esempio nel cranio o nel torace), come nel caso degli ispessimenti ossei a livello dell’inion, in corrispondenza del Torculare di Erofilo, dove l’osso si ispessisce per contrastare la pressione ematica dei seni venosi e le trazioni esercitate dalla falce cerebrale e dal tentorio del cervellettooppure sulla superficie o i margini articolari di ossa colpite da processi erosivi ed irritativi cronici. 

Possiamo dividere gli osteofiti, sostanzialmente, in tre tipi: quelli da trazione, che nascono come fisiologica risposta allo stiramento nelle aree inserzionali di tendini e legamenti, a livello delle entesi; anziché andare incontro a un processo entesopatico, la calcificazione si trasforma in processo di ossificazione assumendo, a tutti gli effetti le caratteristiche morfologiche e funzionali dell’osso.

Esistono poi osteofiti infiammatori, il cui esempio più evidente sono i sindesmofiti, presenti nei punti in cui tendini e legamenti si raccordano con l’osso; di fatto possono essere assimilabili, entro certi limiti ai entesofiti. Sono ponti ossei, di natura patologica, che si formano tra due vertebre adiacenti, saldandole l’una all’altra, come prodotto dell’ossificazione dei legamenti intervertebrali o dello spazio compreso tra questi e i dischi intervertebrali; non vanno confusi con i semplici osteofiti dell’artrosi, in cui le escrescenze ossee delle due vertebre adiacenti sono soltanto sovrapposte e non fuse tra loro. I sindesmofiti conferiscono rigidità al rachide. Si riscontrano nelle spondiloartropatie, in particolare nella spondilite anchilosante, e nella malattia iperostosante. 

Infine ci sono gli osteofiti veri, detti osteocondrofiti, che nascono per metaplasia della membrana sinoviale e della cartilagine, nelle zone di rivestimento dell’osso; spesso sono una diretta conseguenza di processi artrosici, formandosi ai margini delle articolazioni colpite da irritazione cronica o da processi di erosione. Alcuni ritengono che siano l’espressione di un meccanismo compensatorio che l’articolazione mette in atto per ridistribuire carichi e forze rappresentando una protezione aggiuntiva nei confronti della cartilagine in via di degenerazione: la loro presenza non è, di per se, causa di processi infiammatori o dolorosi, poiché teli manifestazioni dipendono dalla loro localizzazione, dalle dimensioni e dallo stadio del processo osteofitosico. 

Considerata la loro origine, gli osteofiti sono più comuni tra gli anziani, negli sportivi agonisti, nei soggetti obesi o nei soggetti colpiti da malformazioni articolari congenite o secondarie ad eventi traumatici. Le articolazioni più colpite il ginocchio, l’anca, la spalla, le articolazioni delle dita della mano e la colonna vertebrale; la Malattia di Baastrup è un esempio di osteofitosi del rachide vertebrale. Osteofiti possono apparire anche sui piedi, a livello delle caviglie, sul tallone o lungo le dita, talvolta sovrapponendosi agli entesofiti. il piede di Charcot, che colpisce soprattutto i diabetici, può anche lasciare speroni ossei sintomatici. 

Quando sono presenti a livello rachideo, possono essere descritti come una sporgenza ossea, un “becco” che deforma i margini ossei della vertebra in contiguità con il disco: esprime, in genere, una reazione a carichi anomali; come reazione alla sollecitazione meccanica si produce, sul margine vertebrale normale, una ipertrofia cartilaginea, che secondariamente ossifica. La formazione degli osteofiti rappresenta una reazione del tessuto osseo, il quale cerca di stabilire una maggior superficie di contatto tra i corpi articolari usurati. L’osteofita assume un ruolo patologico poiché può interferire col decorso delle strutture nervose, in particolare della radice dei nervi, mentre la sporgenza nel canale vertebrale, riduce lo spazio a disposizione delle strutture nervose potendo giungere ad una stenosi vertebrale, con compressione del midollo. 

Se il fenomeno si verifica a livello cervicale, può esserci il coinvolgimento del legamento longitudinale posteriore, una banda legamentosa che si estende dall’alto verso il basso all’interno della canale vertebrale: la sua ossificazione irrigidisce la colonna cervicale, limitandone i movimenti, restringendo i diametri antero-posteriori del canale vertebrale. Come conseguenza, il midollo spinale può risultare compresso per effetto dei volumi più angusti all’interno dello speco vertebrale con effetti sistemici.

L’osteofitosi della spalla, generalmente, si localizza a livello della cuffia dei rotatori, impedendone il corretto funzionamento e pregiudicando l’equilibrio gleno-omerale e il ritmo scapolo-omerale; può essere responsabile di tendiniti molto dolorose, caratterizzate da gonfiore.

A livello delle mani, la presenza di osteofiti articolari, a livello interfalangeo, produce rigonfiamenti sottocutanei avvertibili al tatto che conferiscono un aspetto nodoso alle dita. Le nodosità si dividono in due categorie: i noduli di Bouchard e i noduli di Heberden; i primi sono osteofiti localizzati a livello delle articolazioni interfalangee prossimali mentre i secondi sono riscontrabili nelle articolazioni interfalangee distali.

In genere gli osteofiti non sono di per sé dolorosi, ma la loro presenza nelle articolazioni è in grado di provocare dolori durante i movimenti (quando interferiscono con la loro presenza, con i vettori motori), stati infiammatori, per azione meccanica sui tessuti con conseguenti gonfiori, intorpidimenti e, se vengono coinvolte le vie nervose, parestesie, formicolii, senso di bruciore, disturbi alle funzioni sensitive o spasmi muscolari, crampi, alterato controllo muscolare e difficoltà di movimento.

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