ex juvantibus

ultimo aggiornamento: 12 Giugno 2020 alle 17:39

esegesi etimologica

Usata alternativamente a «ad juvantibus», o «ex adiuvantibus» o nelle locuzioni «diagnosi ex juvantibus» e «criterio ad juvantibus», indica una diagnosi ottenuta in base al risultato di una data terapia: se la terapia (o l’azione) intrapresa migliora la sintomatologia o si induce la remissione della patologia, si ritiene confermata l’esattezza dell’ipotesi diagnostica iniziale; dal verbo latino juvāre (→ giovare, trarre benefico, giovare, aiutare, soccorrere, favorire, essere utile) preceduto dalla preposizione ex-, che indica un cambiamento, col significato di “modificato (sottinteso) da ciò che fa bene”, mentre la preposizione ad-, che indica moto a luogo con senso di avvicinamento, esplicita il concetto “che induce un miglioramento, che aiuta”.

considerazioni

Il sillogismo alla base del ragionamento non può essere sempre considerato attendibile nonostante possa essere veritiero: ammesso che la somministrazione di un rimedio specifico sia in grado di portare ad un’evoluzione positiva, non necessariamente questo cambiamento è ascrivibile a quanto utilizzato/prescritto/suggerito, e di conseguenza non si può invocare un nesso di causalità. L’argomento non è specioso poiché non solo nella pratica medica convenzionale ma anche nella cosiddetta “medicina alternativa” o nelle “discipline olistiche” si tende ad effettuare una “diagnosi patognomonica” o una “valutazione energetica”, basandosi sul fatto che un eventuale “miglioramento sintomatologico” sia riconducibile incontrovertibilmente alla “terapia” applicata.

Il sillogismo risulta sicuramente vero nel caso in cui, una volta effettuata una «diagnosi ex juvantibus», eliminando lo stressor identificato come agente causale, venga fatta una controprova reintroducendo la noxa, a cui deve conseguire un ritorno della sintomatologia confermando, «ex nocentibus», la prognosi.

Ugualmente importante è la comprensione della relazione fra la manifestazione o la disfunzione e le possibili cause: : ad esempio, un soggetto con dolore retrosternale che non migliora utilizzando farmaci salvavita (nitroglicerina sublinguale), ma che comincia a star meglio assumendo rimedi in grado di migliorare la funzione gastrica, permette utilizzare il «criterio ad juvantibus» per indirizzare una corretta ricerca diagnostica.

da Giovanni Rasori (ex juvantibus )
a Carl Gustav Jung (sincronicità)

All’inizio dell’ottocento, il medico italiano Giovanni Rasori sosteneva che una diagnosi può essere fatta con sicurezza solo per mezzo del criterio «ex adiuvantibus et nocentibus», locuzione traducibile con “verificato sia dal miglioramento che dal peggioramento”; l’idea era di osservare le modificazioni indotte nell’andamento della malattia dalla somministrazione di farmaci per poter effettuare una diagnosi, ovvero che il binomio miglioramento (ex adiuvantibus) ed il peggioramento (ex nocentibus) conseguenti alla somministrazione o all’interruzione dell’uso di un rimedio, fosse l’unico modo per confermare un’intuizione diagnostica, anche se i suoi metodi terapeutici, che fondò principalmente sul salasso e sul tartaro stibiato (un emetico), ebbero sovente risultati nefasti.

Questa idea ispiratrice, in realtà, permea la diagnostica moderna, sia essa convenzionale o “energetica/alternativa”, molto più di quello che si pensa; secondo una logica basata sul principio di causa/effetto, è possibile, in un certo qual modo, rifarsi al concetto di «post hoc – propter hoc»: “dopo di questo, quindi a causa di questo”, cioè visto che il dis-stress si è verificato dopo quell’evento, allora ne è la conseguenza, la “consecutio logica”.

Se l’assunzione di un’aspirina (nome commerciale, brevettato dalla Bayer, dell’acido acetilsalicilico) migliora un mal di testa, «ex adiuvantibus» si dovrebbe presupporre che questo disturbo, in alcuni soggetti, sia causato dalla carenza di aspirina e questa prognosi potrebbe essere confermata dal fatto che, interrompendo l’assunzione del rimedio, «ex nocentibus» ritorni la cefalea. Il biologo inglese Steven Peter Rose, nel libro «The 21st Century Brain» (2005), seguendo questo sillogismo, si spinge ad affermare che certe forme di depressione non siano dovute solo alla carenza di neurotrasmettitori quali la dopamina o la serotonina, ma anche alla insufficiente presenza di “droghe psicoattive”, visto che queste migliorano il tono dell’umore delle persone affette da queste patologie.

Il format mentale cui siamo abituati ci porta automaticamente a creare una relazione diretta fra due eventi, secondo il principio di causa-effetto; creiamo un nesso di causalità spazio-temporale, per il solo fatto che l’uno è posteriore all’altro, come se esistesse una forma di coazione: si verifica o si manifesta un certo esito, come risultato coerente di un evento precedente. “Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto star male” può essere l’esempio lapalissiano di «ex nocentibus» e, allo stesso tempo, del “dopo di ciò, quindi per sua causa”.

Per quanto questa logica abbia un senso, e non ci si possa esimere dal prenderla in considerazione, è sempre necessario valutare la possibilità che due eventi consecutivi e in apparente relazione causale dipendano da nessi acausali (sincronicità) o da fenomeni contemporanei e casuali (sincronismo), anche se la consequenzialità è evidente: un classico esempio di ciò può essere l’eliminazione dalla dieta di una qualunque sostanza ritenuta responsabile di una “intolleranza alimentare”. Se la sua rimozione provoca un miglioramento, si tende a fare una «diagnosi ex juvantibus» dimenticando che il cambiamento potrebbe “semplicemente” dipendere dal fatto che la persona ha deciso di prendersi cura di sé ed ha un’attitudine diversa nei confronti dell’alimentazione (nesso acausale – sincronicistico) oppure che sono successi eventi positivi da cui è sortito un beneficio (nesso casuale): se viceversa la reintroduzione dell’alimento induce inequivocabilmente un peggioramento, si può affermare, «ex nocentibus», una relazione causale.

La sfida per il professionista del ben-essere è di saper integrare la logica causale, di cui «ex adiuvantibus et nocentibus» o «post hoc – propter hoc» sono una sorta di enunciazione, con l’idea che gli eventi e gli accadimenti possano avvenire simultaneamente, connessi tra loro senza che esista un effetto causale: la presenza dell’uno non determina necessariamente o non influisce materialmente sul manifestarsi dell’altro, ma piuttosto devono essere visti come fenomeni appartenenti ad un medesimo contesto significativo.

Dobbiamo a Carl Gustav Jung il merito di aver portato alla luce questa prospettiva intellettiva: è grazie al suo lavoro, che si concretizza in un libro dal titolo «La sincronicità, principio dei nessi acausali» (1952), che viene considerata la possibilità che eventi in relazione tra loro si verifichino né casualmente, ovvero simultaneamente ma senza alcun rapporto, né per effetto di un nesso causale, cioè con un legame che fa discendere uno dall’altro.

Il concetto di sincronicità, infatti, deve essere visto ed interpretato «nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato»: i fenomeni sincronicistici (e non sincronici!) sono delle coincidenze significative che non avvengono “nello stesso tempo” ma “con lo stesso senso”, rivelando che spazio e tempo appaiono come grandezze relative e disgiunte; la logica ci porta ad interpretare la realtà esterna come una “consecutio spazio-temporale deterministica”, vale a dire un insieme di eventi correlati nel tempo dalla causalità, ma la razionalità ci permette di comprendere che ciò che si verifica o accade nasce da una relazione fra eventi, non coattiva e non sincronica.

Anche se le nostre sensazioni, ci narrano che ciò che avviene è un avvenimento concreto (percepito – oggettivo), in verità, ha una corrispondenza significativa con un’esperienza interiore (emozione – soggettiva); la logica ci racconta il manifestarsi di un evento causale, come una consecutio spazio-temporale deterministica, mentre la sincronicità ci offre una matrice razionale per interpretare il fenomeno casuale, cioè non soggetto ad una dinamica coattiva (meccanicistica) o sincronica (non correlato alla pura contemporaneità temporale).

patognomonica≠ poliedricità causale

Il principio logico non deve essere, comunque, escluso a priori o svalutato, ma solo contestualizzato o integrato attraverso l’idea che più elementi possano concorrere alla genesi di un evento, anche se non ne abbiamo consapevolezza: le discipline come la Kinesiologia Transazionale®, la Kinesiopatia® o il Cranio-Sacral Repatterning®, grazie alla visone olistica che le contraddistingue, posseggono strumenti “diagnostici” che aiutano l’operatore professionale a effettuare valutazioni multidimensionali che non solo osservino l’essere umano nella sua complessità, ma mantengano una visione prospettica ampia ed integrata.

Se da un lato la presenza di sintomi patognomonici può essere un indicatore di una correlazione univoca fra la presenza di un segno e l’emergere di un mal-essere, dall’altro la consapevolezza della poliedricità causale ci ricorda che un fattore scatenante è semplicemente un trigger, uno stimolo capace di saturare la capienza e la resilienza dell’organismo, depauperandone la forza vitale ed innescando un effetto domino, al punto che i vari cofattori eziologici e le spine irritative presenti creino un “break-point”, un punto di rottura dell’equilibrio.

Sta al professionista del benessere attraverso tecniche quali l’ascolto attivo, la semeiotica o la noesi, essere in grado di interpretare la realtà fattuale ed utilizzare anche il concetto «ex adiuvantibus et nocentibus» in un’ottica di comprensione delle relazioni soggettive con il mondo emozionale individuale: il “triangolo della salute”, da questo punto di vista, può essere considerato una sorta di sestante, che guidi l’operatore nel decodificare la sincronicità delle manifestazioni strutturali, emotive o funzionali.

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