A.P.C.

ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2020 alle 17:18

definizione

Acronimo di «antigen-presenting cell» (dall’inglese, cellula presentante l’antigene), termine utilizzato per definire tutte le cellule immunitarie deputate a legarsi agli antigeni per “presentarli”, dopo una serie di elaborazioni degli stessi, ai linfociti T; tale funzione viene svolta da tre differenti tipi di cellule: le cellule dendritiche, che esercitano il ruolo più importante e determinante, i macrofagi ed i linfociti B.

presentazione antigenica

Teoricamente, qualsiasi cellula nucleata è in grado di esporre antigeni sulla propria membrana, stimolando i linfociti T CD8 (linfociti citotossici) attraverso il T.C.R.: solitamente questo si verifica quando una cellula viene infettata e, pertanto, diviene una “cellula bersaglio”; i linfociti citotossici dapprima aderiscono intimamente alla cellula infettata per poterla distruggere, poi se ne distaccano prima che muoia, in modo da poter essere in grado di attaccare e uccidere altre cellule bersaglio.

Viceversa, quando si parla di A.P.C., si intendono esclusivamente le cellule immunitarie in grado di stimolare l’attivazione dei linfociti CD4 (T-helper): caratteristica di queste cellule è di esprimere entrambi gli antigeni d’istocompatibilità (M.H.C.-I e M.H.C.-II); mentre gli antigeni M.H.C.-I, presenti in tutte le cellule, sono responsabili dell’attivazione linfociti T CD8, è solamente la presenza degli antigeni M.H.C.-II che permette l’interazione con antigeni xenogenici e la presentazione del complesso epitopo-M.H.C. in grado di attivare la catena di eventi che porta alla immugenocità o all’antigenicità.

Infatti l’evento cardine nella generazione delle risposte immunitarie umorale e cellulo-mediata è rappresentato dall’attivazione dei linfociti T helper (vergini): il processo di attivazione inizia quando il T.C.R. ed il recettore CD4 delle cellule T helper interagiscono con gli antigeni presenti sulle celle APC che hanno endocitato gli immunogeni xenogenici (batteri, virus, apteni …); l’interazione genera un segnale che porta all’attivazione dei geni che codificano per una citochina chiamata interleuchina-2 (IL-2) e per il suo recettore che autostimola la proliferazione del linfocita T helper, che si divide ripetutamente dando origine ad una popolazione espansa di T helper (antigene specifica) in grado di rilasciare nell’ambiente extracellulare grandi quantità di citochine, fondamentali nell’attivazione di altre cellule del sistema immunitario (linfociti B, linfociti T, macrofagi, cellule NK) e dell’infiammazione.

cellule dendritiche

Nate nel midollo osseo, colonizzano i tessuti dove risiedono e svolgono attività di fagocitosi: queste cellule vengono attivate dalla fagocitosi di sostanze estranee (endotossine, antigeni eterologhi, apteni …): i frammenti della digestione delle sostanze fagocitate vengono esposti sulla membrana cellulare mentre, come conseguenza dell’attivazione, migrano verso i linfonodi regionali, dove si fermano, perdendo la capacità fagocitica, e interagiscono con i T.C.R. specifici, presenti sui linfociti T helper; solamente la presenza di una relazione diretta fra gli epitopi presentati dalle cellule dendritiche e i T.C.R. specifici innescherà la cascata biochimica che attiverà il linfocita T CD4 mentre in assenza di questo legame, i linfociti T che interagiscono con una A.P.C. ma che non riconoscono l’antigene, non venendo stimolati, usciranno dal linfonodo per rientrare in circolo.

Pertanto, le cellule dendritiche, una volta inglobato l’antigene, si allontanano dal tessuto in cui risiedono e migrano verso i linfonodi, seguendo uno stimolo chemiotattico; durante questo tragitto sono sottoposte ad un cambiamento morfologico che le rende più adatte a svolgere il loro compito: la cellula ritrae le appendici tentacolari citoplasmatiche, se ne aveva, e aumenta le molecole di membrana per l’interfaccia con i linfociti T-helper. L’antigene è intanto degradato da enzimi litici nei lisosomi della cellula, e gli epitopi risultanti vengono presentati sulla superficie cellulare: se l’antigene viene riconosciuto da un linfocita T, e se la stimolazione è sufficiente, ha inizio la risposta immunitaria.

macrofagi e linfociti B

 I macrofagi del focolaio infiammatorio e dei linfonodi, con processi analoghi a quelli delle cellule dendritiche, ma con minor efficienza, sono molto attivi nel presentare antigeni di tipo batterico; i linfociti B, invece, grazie alle immunoglobuline di membrana, captano antigeni solubili, come le tossine, dopo averli processati per endocitosi, li presentano ai linfociti T, rendendone possibile l’attivazione.

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