citochine

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ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2016 alle 11:38

Dal greco κύτταρο (kyttaro→cella) e κίνησις (kínesis→movimento, attività); Dudley Dumonde e Barry Bloom, nel 1969, propose il termine “linfochinine” per descrivere le proteine prodotte dai linfociti e “monochine” quelle derivate da macrofagi e monociti: in seguito divenne evidente la presenza di una classe più ampia di sostanze proteiche che svolgevano un’azione di mediatori nei meccanismi difensivi dell’organismo. Venne quindi coniato il nome “citochine” per includere tutte queste sostanze, molecole ad azione di mediatori polipeptidici, non antigene-specifici, che fungono da segnali di comunicazione fra le cellule del sistema immunitario e fra queste e diversi organi e tessuti. Sono prodotte in risposta ad uno stimolo e sono in grado di modificare il comportamento di altre cellule inducendo nuove attività come crescita, differenziazione e morte. La loro azione è prevalentemente locale, ma talvolta può manifestarsi su tutto l’organismo. Le citochine possono quindi avere un effetto autocrino (modificando il comportamento della stessa cellula che l’ha secreta), o paracrino (modificano il comportamento di cellule adiacenti). Alcune citochine possono invece agire in modo endocrino, modificando cioè il comportamento di cellule molto distanti da loro. Hanno una vita media di pochi minuti. Le citochine possono essere classificate utilizzando criteri diversi, comprendenti caratteristiche di tipo strutturale, classe di recettori riconosciuti e loro caratteristiche funzionali:

  • citochine emopoietiche (per es., i fattori di crescita dell’emopoiesi, o CSF); 
  • citochine infiammatorie primarie (per es., IL-1 e TNF); 
  • citochine antinfiammatorie o immunosoppressive (IL-10 e TGF-β);
  • citochine infiammatorie secondarie (le chemochine);
  • citochine dell’immunità specifica (per es., IL-2).
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