melanconia

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ultimo aggiornamento: 16 Maggio 2018 alle 14:13

Dal greco μελαγχολία (melancholía → “umor nero”) composto da μέλας (mélas → nero) e χολή (cholé → bile): sinonimo di malinconia, significa letteralmente “bile nera“; detta anche melancolia, indica quello stato d’animo che deriva da un misto di tristezza, inquietudine, malumore, tedio, uggia o, citando Baudelaire, “spleen”. Il termine risale alle medicina Ippocratica, dove i caratteri ed i conseguenti comportamenti umani erano determinati dalla combinazione dei quattro umori base (bile nera, bile gialla, flegma e umore rosso): secondo questa visione il responsabile di questo stato era la bile nera (atrabile, o Melàine Chole) espressione dell’elemento terra , che ha sede nella milza. Generalmente, con questo termine, si descrive uno stato d’animo di costante scoramento e impotenza con una indelebile venatura di tristezza immobile e impotente, che, nelle forme più gravi assume le caratteristiche della depressione endogena, pur essendo gravato da un rapporto ambivalente con gli stati maniacali. Pur essendo descritta come una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto al vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avervi un ruolo determinante; una sorta di desiderio irrisolto, una mancanza vissuta dolorosamente, un senso di incompletezza e inadeguatezza che portano l’individuo ad escludersi dalla vita sociale, il legame tra mania e melanconia è stato in effetti riconosciuto, nella sua problematicità, anche da Freud (e soprattutto da Binswanger). La melanconia non sarebbe dunque la passione dello stallo e dell’impotenza, ma la situazione riflessiva che segue l’azione, l'”umor nero” che è condizione di possibilità per ogni sorta di agire. In psicoanalisi la malinconia assume il significato di lutto, soprattutto in presenza di una struttura narcisistica. Chiamata anche lipemania, è la sindrome affettiva associabile alle distimie che ha, per note fondamentali una tristezza morbosa e ostinata, indipendente dagli avvenimenti esterni, un pessimismo invincibile, un senso profondo di sfiducia e di avvilimento, che paralizza l’azione. L’espressione più intensa e straziante di una malinconia clinica si ha quando, a causa di essa, non è più possibile rivivere in sé sentimenti di dolore e di tristezza: non è più possibile cioè essere e sentirsi tristi, non si può piangere, non si hanno più lacrime, nel contesto di una desertificazione emozionale che sembra spegnere ogni emozione e ogni sentimento, non solo gioioso ma appunto anche triste. La vita interiore, insomma, tende a svuotarsi di intenzionalità: non è più portatrice di dialogo e di intersoggettività. Come conseguenza di questa (anche se temporanea) attenuazione e, talora, cancellazione di una vita emozionale, si ha l’insorgenza di un emblematico fenomeno psichico che è chiamato estraneità, nel senso che le persone, le cose e le situazioni perdono la loro abituale conoscibilità e la loro scontata e ovvia familiarità. Si capisce, allora, come mai in una malinconia clinica i volti delle persone care non siano vissuti nella loro connotazione propria e familiare, ma piuttosto nella loro irrealtà.

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