Parcæ 

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Divinità della mitologia latina che presiedevano al destino dell’uomo, dalla nascita alla morte, decretandone la sorte, le fortune o le disgrazie; queste figure leggendarie, presenti in differenti culture quali quella greca (Moire) o quella norrena (Norne), mirano a sottolineare da un lato la caducità della condizione umana, dall’altro il fatto che ogni essere vivente nasce con una quantità di energia prenatale predeterminata. In origine si riconosceva una divinità singola, Parca, dea tutelare della nascita, mentre in seguito vennero aggiunte Nona e Decima, che presiedevano agli ultimi mesi di gravidanza; figlie di Ἔρεβος (Érebos → tenebre) e Nύξ (Nýx → notte, a sua volta figlia del Χάος [CháosCaos]), venivano raffigurate come vecchie tessitrici scorbutiche e, in un secondo momento, furono assimilate alle Moire greche venendo chiamate anche Fatae, ovvero coloro che presiedono al Fato, cioè al destino. Al nascere di ogni uomo Clotho, la più giovane delle tre, detta “la Filatrice” (da κλώθω → filare) impone e avvolge sulla conocchia il pennecchio, cioè una certa quantità di lana, lino o canapa; la durata della vita di ogni uomo coincide con il periodo di tempo impiegato da Lachesis, detta “il Destino” (da λαχεῖν → sorte), a filare, giorno e notte, lo stame della vita, ricevuto in sorte, che, al momento del suo compimento, viene inesorabilmente reciso con le forbici da Athropos, detta “l’Inesorabile” (da ὰ-τρέπω → non più avvolgere, fermare la ruota che gira). Le decisioni delle Parcæ erano immutabili: neppure gli Dei potevano cambiarle: “Clotho colum retinet, Lachesis net et Athropos occat“. (Clotho tiene saldamente la rocca, Lachesis tesse e Athropos uccide). Volendo azzardare un parallelismo fra l’azione delle Parcæ e l’aspettativa di vita individuale, possiamo pensare che la qualità e la durata della nostra esistenza siano il frutto dell’interazione fra la quantità di energia prenatale, messa a nostra disposizione dal patrimonio genetico ancestrale e dell’humus intrauterino (da cui dipenderanno la stamina e la forza vitale), e gli stressor che andranno a sfibrare lo stame dell’esistenza individuale, fino a creare le condizioni per il sopravvenire del morbo.

«Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Clotho impone a ciascuno e compila…»
(Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27)

«Ma perché lei che dì e notte fila, non gli avea tratta ancora la conocchia, che Clotho impone a ciascuno

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