amartia

definizione

Malformazione circoscritta di un organo, dipendente da una difettosa distribuzione dei vari tessuti che lo costituiscono: l’amartoma differisce dall’amartia, in quanto è sede di moltiplicazione cellulare; dal greco ἁμαρτία (amartía → errore), termine utilizzato per descrivere lo “sbagliare” cioè il mancare un bersaglio tirando con l’arco.

anormalità e alterazione dello sviluppo

L’amartia deve essere considerata un’anomalia malformativa, che si determina durante lo sviluppo embrionale, caratterizzata da una mescolanza abnorme di tessuti, con eccesso di uno o più di essi; le amartie possono avere un accrescimento sincrono a quello degli altri tessuti dell’organismo, oppure accrescersi in modo più o meno autonomo e progressivo fino a costituire o a trasformarsi in veri e propri tumori, benigni o maligni.

L’alterazione può essere di grado diverso: da reperto evidenziabile solo con l’esame al microscopio a formazioni esuberanti di tessuto con aspetto similtumorale (amartomi), fino a interessare distretti estesi di un apparato o di più apparati a costituire sindromi malformative complesse; sono amartie per esempio i comuni nevi pigmentati e gli angiomi della cute, i lipomi congeniti, i condromi …

an-omalia ÷ a-normalità ÷ mal-formazione

La parola «amartia», oltre che nel suo significato originale di «errore», viene utilizzata, come conseguenza della tradizione cristiana, impropriamente con il significato di «peccato»; in realtà la parola peccato, nel significato che conosciamo, è una parola latina che deriva da «peccatum», che significa letteralmente una «infrazione di una regola stabilita dalla comunità»: chi compie «peccatum», infrangendo questa regola comune, deve pagare la «penitenziam»” (→ multa). È interessante notare che «peccato», in ebraico, è «khedìe», che può significare anche «trauma» o «blocco causato da gravi turbamenti».

Per molto tempo, le cosiddette anomalie, l’anormalità, le malformazioni erano viste come una manifestazione del peccato o la somatizzazione delle colpe, in particolare pensando che «le colpe dei padri ricadono sui figli», ampliando un concetto enfatizzato nell’antico testamento:

«Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti» (Es 20,5-6)

«anomalo» deriva dal latino anomălus, che discende dal greco ἀνώμαλος (omalos), composto di ἀν– (→ alfa privativo) e ὁμαλός (→ uguale), ricordandoci che ciò che si manifesta, semplicemente, non è conforme alla regola generale, alla struttura tipica cioè disuguale, disarmonico, disunito o irregolare mentre, viceversa «anormale», grazie all’ che ne sovverte il significato, esprime la mancanza della norma, termine latino che discende dal greco νόμος (nomos): in alcuni casi con l’uso di normale vogliamo indicare cioè che sta all’interno di una media statistica, un’osservazione empirica su comportamenti comuni e diffusi in un determinato contesto storico-sociale, assumendo un valore descrittivo; in altri un “principio positivo di valutazione”, ovvero conforme ad uno standard, esprimendo l’insieme di quei comportamenti individuali e sociali che qualificano una persona come “normale”, modelli ideali di comportamento che devono essere rispettati per appartenere ad una determinata classe di soggetti, acquisendo un valore prescrittivo. A volte designa un dato di fatto, altre volte il valore attribuito a quel fatto; è normale ciò che è allineato e “squadrato”, ovvero ciò che non pende né a destra né a sinistra e si mantiene nel giusto mezzo: il termine norma indica il modo in cui un fatto si verifica abitualmente in determinate circostanze, corrispondendo a normalità e indicando cioè la condizione di ciò che si ritiene regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico.

Possiamo pensare che l’amartia sia una «an-omalia» e, tutto sommato, una «a-normalità», perchè non rientra nella standardizzazione statistica di cui si serve la medicina per definire il concetto di “sano”/normale, in antitesi a quello di “malato”/diverso/anormale; sicuramente non un «peccatum»; se si pensa alla diversità come una forma benigna di confusione (errore), possiamo pensare che l’organismo abbia in qualche modo somatizzato un trauma che ha portato ad una mal-formazione, espressione della perdita di un equilibrio.

 

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