alitosi

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ultimo aggiornamento: 13 Agosto 2017 alle 22:43

Dal latino halitus, che deriva da halare (spirare, soffiare), la cui radice etimologica greca èἄνεμος (ánemos → vento) sommata a –ωσις (-osis → suffisso che indica una manifestazione morbosa, a carattere degenerativo), ci descrive un “decadimento” della qualità del fiato: poiché “anima” proviene dalla stessa radice, il termine ci trasmette anche l’idea di una degenerazione della nostra parte più profonda, come ad indicare una “putrefazione” interiore. L’alitosi, diviene un involontario biglietto da visita che mostra un lato sgradevole e socialmente imbarazzante, che può essere motivo di esclusione o compromettere relazioni interpersonali. Termine che descrive il “respiro che puzza, fetido” ed infatti è detta anche bromopnea: odore sgradevole dell’alito causato da fenomeni putrefattivi prodotti da batteri anaerobi, in presenza di alterazioni del cavo orale, dell’apparato respiratorio, del sistema gastro-enterico oppure da patologie metaboliche o sistemiche; il tipico fetore deriva dai cosiddetti composti volatili solforati (CVS), come avviene nella putrefazione di frammenti proteici del cibo rimasti nella bocca, per scarsa igiene alimentare o come conseguenza di xerostomia. Talvolta il “mefite”dipende da fenomeni fermentativi causati da aerogastria o il lezzo ammoniacale deriva dalla crescita incontrollata di Helicobacter Pylori; altre volte il tanfo acidulo è causato da una candidosi intestinale o da una disbiosi fermentativa oppure da fenomeni putrefattivi intestinali, causati da un’alimentazione iperproteica in presenza di rallentato transito intestinale. Per non parlare di fenomeni come l’acetonemia o la formazione di acido solfidrico per la presenza di micoremorragie gastriche; o quando si ingeriscono sostanze solforate volatili nei cibi come liliacee (cipolla, aglio) o nelle brassicacee (cavolo, broccolo).

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