eterogenesi dei fini

un po’ di storia

Il concetto, formulato per la prima volta da Giambattista Vico, esprime l’idea che la storia umana, pur conservando in potenza la realizzazione di certe finalità, non è lineare: lungo il suo percorso evolutivo, può accadere che l’uomo, nel tentativo di raggiungere una finalità, arrivi a conclusioni opposte; nel suo «Scienza Nuova» (1744) scrive:

«Pur gli uomini hanno essi fatto questo mondo di nazioni […] ma egli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore ad essi fini particolari ch’essi uomini si avevan proposti.»

L’idea è stata poi ripresa da Vilfredo Pareto, nel suo «Trattato di sociologia generale»: nell’ambito dell’analisi della logicità e non-logicità dei tipi di azione sociale, definisce l’eterogenesi dei fini come l’esito di un particolare tipo di azione non-logica dell’essere umano e della collettività.

Nel 1886, nel libro «Ethik», Wilhelm Maximilian Wundt, formulò il principio secondo il quale le azioni umane possono riuscire a fini diversi da quelli perseguiti dal soggetto che compie l’azione, definendolo, appunto, «Heterogonie der Zwecke» (eterogenesi dei fini): con esso si fa riferimento a un campo di fenomeni i cui contorni e caratteri trovano più chiara descrizione nell’espressione «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». Le azioni umane possono riuscire a fini diversi da quelli che sono perseguiti dal soggetto che compie l’azione: ciò avverrebbe per il sommarsi delle conseguenze e degli effetti secondari dell’agire, che modificherebbero gli scopi originari, o farebbero nascere nuove motivazioni, di carattere non intenzionale.

Questa riformulazione mette in evidenza quanto essa non si riferisca a semplici accadimenti naturali, ma riguardi più specificamente il campo dell’azione umana, sia individuale sia, più spesso, collettiva.

Partendo dal criterio di classificazione basato sulla corrispondenza fra la relazione mezzi/fini nella realtà oggettiva e la relazione mezzi/fine nella coscienza di chi agisce, l’eterogenesi dei fini è il risultato logicamente connesso ai mezzi impiegati da un individuo, il quale soggettivamente concepisce una certa relazione tra quei mezzi e quel fine, anche se le conseguenze oggettive non corrispondono a quelle soggettive. In altre parole, secondo l’eterogenesi dei fini, l’attore sociale agisce credendo di ottenere un determinato risultato, mentre l’esito oggettivo delle proprie azioni sarà diverso, se non contrario, ai risultati previsti e sperati soggettivamente dall’attore: questo perché non sempre la coscienza di chi agisce è in grado di rappresentare la relazione mezzi/fini con la stessa coerenza e con tutte le informazioni necessarie per ricreare la relazione che essi hanno nella realtà oggettiva.

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