“lo zucchero è solo
la buona abitudine
della felicità …„
(Lucia Rizzi)

“… che ci permette
di continuare a sorridere
anche quando le cose
non vanno come vorremmo„

… ma che ci spinge a continuare a farci del male!

Il desiderio per i cibi dolci riconosce, nella sua genesi, molti “colpevoli”, ma indiscutibilmente il principale responsabile … siamo noi stessi … il nostro cervello che ci “ordina” di “riempire il vuoto” attraverso il cibo, come se “qualcun altro” avesse preso il controllo.

Ma chi sono “i congiurati” che attentano alla nostra capacità di gestire le nostre scelte alimentari?

Risposta semplice e difficile allo stesso tempo … innanzitutto gli stessi alimenti che mangiamo! … ma anche, simultaneamente, le emozioni che guidano il nostro sistema nervoso, spingendoci a ricercare certe sostanze, a discapito di altre … e, forse ancora in maniera più significativa, l’ospite che vive in noi: il “microbiota” intestinale, in grado di condizionare il nostro cervello emozionale, la nostra pancia, orientando i nostri gusti, in termini nutrizionali.

Attraverso il cibo, con le sue componenti energetiche e vibrazionali, non solo assumiamo gli elementi fondamentali per “edificare” il nostro io, ma, sincronicamente, permettiamo l’interazione fra l’ambiente che ci circonda ed il mondo interiore che ci appartiene: le sostanze che assumiamo come costituenti biologici primari, con le loro combinazioni e le particolari sinergie che caratterizzano ogni alimento, rappresentano, in realtà, necessità emozionali che l’organismo ci richiede, saziandoci attraverso una nutrizione che va al di là della chimica organica. Allo stesso tempo, le nostre esigenze biochimiche influenzano i nostri “desiderata”, diacronicamente, senza che nemmeno ci accorgiamo che, in realtà, bisogni nutrizionali e urgenze somato-emotivite, si sovrappongono caleidoscopicamente.

La ricerca di “cibi dolci”, quali le sostanze zuccherine o gli amidi possono essere l’espressione di una “nutrizione consolatoria” al punto tale da scatenare, in alcuni, fenomeni di vera e propria dipendenza; il desiderare ardentemente o addirittura bramare un qualche tipo di “confort food”, cioè quelle sostanze mangiate per provare sensazioni di benessere, di conforto, di consolazione, di piacere, è una forma di compensazione ad uno stato di disagio emozionale, sostenuto da un’alterazione somato-chimica e neuro-endocrina. 

Alcune granaglie, ad esempio, contengono catene polipeptidiche e frammenti proteici che svolgono un’azione morfino-simile sul sistema nervoso, trasformando un alimento in una potente droga endorfinica; l’effetto viene potenziato, se questi alimenti sono associati a sostanze zuccherine. L’incremento glicemico che deriva dall’assunzione di carboidrati o amidi, stimolando la secrezione dell’insulina aumenta la concentrazione del triptofano circolante (amminoacido presente in alta concentrazione in molte graminacee): la conseguenza è un potenziamento dell’azione della serotonina a livello cerebrale, con fenomeni di autogratificazione ed appagamento, generando un meccanismo di “dipendenza” psicologica.

Il risultato finale è che non si mangia per soddisfare l’appetito, ma per placare le emozioni “negative”, trasformando le voglie o il desiderio di alimenti “di conforto” in strumenti per compensare temporaneamente o anestetizzare disagi emotivi, calmare tensioni o colmare vuoti interiori, in un processo di rassicurazione, appagamento o gratificazione alimentare. Se da un lato determinati squilibri nutrizionali possono avere un’incidenza negativa non solo sul tono dell’umore, ma anche sulla funzionalità dell’intero sistema neuro-endocrino, dall’altro vi sono alimenti (noci, nocciole e mandorle oppure cioccolato e cacao) che, per natura favoriscono il rilascio di endorfine, dopamina, serotonina, con conseguente miglioramento del tono dell’umore e riduzione dello stress organico.

Oltre alla combinazione di aspetti psicologici e neuro-fisiologici o endocrini, nella genesi dei gusti alimentari o come “spinta” verso determinati sapori, entrano in gioco anche complessi fenomeni biochimici dipendenti non solo dalla nostra somato-emotività, ma anche dal nostro commensale, il convitato di pietra che vive dentro di noi: il microbiota, ovvero l’insieme di quei microorganismi simbiontici che popolano il tubo digerente. Questo “organismo pluri-organismico” è un sistema organizzato, costituito da differenti entità fra loro connesse e interdipendenti in una dinamica di collaborazione, simbiosi e mutualismo: dovrebbe essere considerato un vero e proprio organo metabolico, potendo essere definito come un ecosistema funzionale, fondamentale per il nostro benessere ed il nostro equilibrio.

Essendo composto sia da soggetti autotrofi sia da eterotrofi, è in grado di organicare il materiale abiotico presente nel lume intestinale e di trasformare i substrati metabolici, frutto della digestione e dei processi di putrefazione, in sostanze utili al corpo. Le materia prodotta dai processi anabolici o catabolici diviene più facilmente gestibile dall’organismo o è tramutata in elementi utilizzabili da altri microorganismi commensali. La popolazione microbiotica è un “coacervo” di esseri viventi, in un contesto di coesione riproduttiva ed ecologica, che condivide uno stesso spazio/tempo: l’interazione fra le diverse specie che vivono nell’apparato gastro-enterico, è basilare per la sopravvivenza e la riproduzione dei singoli componenti, in quanto lo sviluppo delle differenti tipologie di organismi è legato alla disponibilità di risorse, che condizionano il potenziale biotico della popolazione microbica.

Le peculiarità dell’ecosistema microbiotico sono fondamentali per garantire l’equilibrio demografico e le caratteristiche dei “convitati” che abitano in noi: la resistenza ambientale è un elemento che condiziona i rapporti fra i singoli individui, determinando associazioni o interazioni che possono rivelarsi di simbiosi, mutualismo, commensalismo, saprofitismo (saprozoismo) o parassitismo. La resistenza dell’ambiente si esprime come una pressione ecologica sugli “ospiti” che vivono in noi e con noi: quando si raggiunge il superamento della capacità portante, si attivano reazioni omeostatiche che portano a modificare i rapporti fra le differenti specie che compongono il microbiota; si innescano cambiamenti metabolici o comportamentali da parte degli individui, con reazioni che portano a contrastare l’insufficienza delle risorse alimentari, determinata dalla competizione intraspecifica, dalla trasformazione di simbionti in patogeni o dalla presenza di superinfezioni da parte di organismi antagonisti, opportunisti, parassiti o predatori patogeni.

In pratica, il nostro benessere gastro-intestinale e, di conseguenza, sistemico, dipende dai rapporti equilibrati fra le differenti componenti che costituiscono l’ecosistema che ospitiamo al nostro interno, l quale svolge un’azione di organo metabolico ed emozionale: se è vero che i nostri pensieri più profondi, le nostre emozioni, attraverso l’interazione neuro-immuno-endocrino-metabolica e alimentare, interagiscono con la nostra “pancia”, è altrettanto vero che il nostro “ventre” può condizionare la nostra somato-emotività. Questo fenomeno non si manifesta esclusivamente come conseguenza delle patologie che possono colpire l’apparato gastro-enterico, con le sequele che ne possono derivare, ma discende direttamente dalla capacità che il microbiota o alcune delle sue componenti microbiologiche possono esercitare sul “sentire”, sul “pensare”, sul “desiderare”, condizionando anche i nostri desideri alimentari.

Esistono proteine, prodotte da organismi che popolano l’intestino, che possono inibire l’introduzione di cibo attraverso la riduzione del desiderio e la diminuzione dell’appetito, o indirizzare le nostre scelte alimentari: un battere che popola abitualmente il nostro apparato gastro-enterico, l’Escherichia Coli, risente della presenza o dell’assenza di specifici nutrienti, che derivano dall’ingestione di cibo; sembra che questi microrganismi, per riprodursi più efficacemente e rimpiazzare gli elementi persi con le feci, siano in grado di “comunicare” con l’ospite attraverso l’attivazione della produzione di neuro-peptidi e ormoni intestinali, condizionando l’appetito e la scelta di determinate categorie di alimenti. Si ritiene che questo fenomeno, che offre un vantaggio selettivo a questa specie simbionte, rispetto ad altri batteri che possono competere a livello di commensalismo, coinvolga il sistema neuro-immuno-endocrino del GALT (Gut-Associated Lymphoid Tissue, ovvero tessuto linfoide associato all’intestino): non bisogna dimenticare che il microbiota si sviluppa nel corso dei primi giorni di vita e sopravvive, salvo in caso di malattie, fino alla morte, assumendo caratteristiche uniche per ogni individuo. Anche altri batteri, come l’Helicobacter Pylori, possono influenzare ciò che mangiamo, indirizzandoci a ricercare sapori o spingendoci verso gusti particolari, come conseguenza delle modulazione della concentrazione degli zuccheri e del pH corporeo.

Un altro esempio dell’influenza che il microbiota esercita sulle nostre scelte alimentari è la complessa relazione fra il nostro corpo e la Candida Albicans, un lievito saprofita, che si trova normalmente sia nel cavo orale, sia negli intestini, sia a livello vaginale, ma che in determinate situazioni può divenire il principale responsabile di disfunzioni e patologie organiche, essere il “colpevole” di alterazioni del tono dell’umore e incidere significativamente sulle nostre preferenze nutrizionali. In condizioni normali, questo miceliale dimorfico svolge un ruolo rilevante nei processi digestivi, grazie alla sua azione saprofitaria e fermentante degli zuccheri e degli amidi; normalmente è un simbionte, quindi appartenete alla flora batterica “amica”, ma nella forma patologica diventa un parassita in grado di rilasciare tossine.

Come ogni essere vivente, la Candida è biologicamente programmata a garantire la propria sopravvivenza: in condizioni fisiologiche, quando si crea uno stato di equilibrio fra le varie popolazioni commensali del microbiota, un’alimentazione variata ed equilibrata garantisce uno stato di inibizione reciproca fra i vari microrganismi che popolano il nostro corpo. In caso di stress dell’ospite, in presenza di alterazioni della dieta o dei processi digestivi, come conseguenza di terapie prolungate di antibiotici, l’impiego di contraccettivi orali, estrogeni o di corticosteroidi, si modifica la convivenza “pacifica” fra i vari organismi simbionti. La conseguenza della rottura degli equilibri è la tendenza alla sopraffazione, da parte delle specie più forti o meno limitate dalle resistenze ambientali: talvolta prendono il sopravvento alcuni ceppi batterici, trasformandosi in patogeni, altre volte si creano le condizioni per la superinfezione di batteri o parassiti normalmente non presenti nell’organismo. La Candida, in queste condizioni, tende a modificare il suo comportamento: se le pressioni esercitate dai competitori sono eccessive o qualora siano presenti sostanze potenzialmente letali, assume una forma sporica, quiescente, per limitare i danni e sopravvivere; l’effetto è una riduzione dell’acidità intestinale ed un incremento della concentrazione degli zuccheri e degli amidi a corta catena nel lume enterico. Una parte della popolazione dei miceti intestinali muore e rilascia tossine ad azione neurotossica, che inducono uno stato di disagio emozionale ed incrementano lo stress organico, favorendo l’attivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene e incrementando la secrezione di cortisolo ed altre sostanze iperglicemizzanti: l’aumento degli zuccheri intestinali favorisce l’acidificazione dell’ambiente come conseguenza dei processi fermentativi, riducendo l’ossigeno a disposizione dei batteri intestinali e svolgendo un’azione batteriostatica diretta … ricreando cioè le condizioni ottimali per la Candida.

Altre volte, viene favorita la proliferazione del micete, che trasformandosi nella sua forma vegetativa, da luogo alla formazione di moniliasi: come abbiamo detto, poiché l’alimentazione prioritaria per la Candida sono gli zuccheri e gli amidi, l’aumento della popolazione induce l’urgenza di incrementarne l’apporto nutrizionale, per superare la resistenza ambientale e sviluppare il potenziale biotico che porterebbe il simbionte ad una supremazia nell’ecosistema; la carenza di catene carboniose induce il micete ad attaccare gli amminoacidi presenti nel lume intestinale, con conseguente alcalinizzazione del terreno e rilascio di tossine che incrementano lo stress organico da superinfezione, modificando la risposta del sistema linfatico. Il risultato di questo processo è l’insorgenza del tipico “sugar craving” e del “bread craving”, cioè dell’urgenza emozionale ad incrementare l’apporto di carboidrati.

Quando l’ecosistema gastro-intestinale (ma lo stesso concetto può essere applicato alla cute, all’apparato respiratorio o a quello genitale) è alterato, si crea una modifica della funzione barriera dei rivestimenti protettivi, con la creazione di un aumento della permeabilità della parete, che lascia “trasudare” sostanze irritanti per l’organismo attivando meccanismi di infiammazione generalizzata (Leaky Gut Syndrome). Come conseguenza del processo flogistico, le cellule dell’intestino tenue riducono la propria capacità di assorbimento e gestione delle sostanze nutrizionali, causando, da un lato fenomeni di micro-carenze nutrizionali che accentuano l’insorgere di desideri alimentari e la necessità di “confort food”, dall’altro stagnazione di cibo all’interno del lume intestinale con incremento della proliferazione batterica (Small Intestine Bacterial Overgrowth) e fenomeni putrefattivi o fermentativi, frequentemente associati a meteorismo e rallentata motilità.

Lo squilibrio diviene il più delle volte sistemico, con possibili manifestazioni multifocali, diffuse e difformi, che sono espressione di stress generalizzato (Sindrome Generalizzata di Adattamento) accompagnato da senso di stanchezza ed esaurimento. L’organismo tende ad entrare in un circolo vizioso, caratterizzato da fenomeni di tipo allergico e infettivo che possono creare disturbi osteo-articolari o sistemici; alterazione delle mucose e della cute, che rendono il corpo ancora più vulnerabile alle forme atopiche e agli agenti patogeni ambientali; difficoltà di concentrazione, tendenze depressive, alterazioni del tono dell’umore, sensazione di avere scarsa energia e senso di fatica cronica, che vengono invariabilmente accompagnate da fame compulsiva, ricerca di sostanze eccitanti o stimolanti, cibi ad alto tenore di carboidrati e grassi.

Il trattamento kinesiopatico prevede una strategia volta a correggere tutti i fattori capaci di interferire con la capacità difensiva dell’organismo e la corretta funzionalità del sistema psico-corporeo: l’intestino deve essere riportato al pieno benessere ed è necessario adottare un’alimentazione adeguata. Lo scopo non è solamente quello di ridurre l’assunzione di quei cibi che squilibrano il sistema immunitario o che sostengono la candidosi, come alimenti lievitati, fermentati o ricchi di zuccheri, ma anche di identificare carenze nutrizionali per sostenere l’organismo nella fase di transizione e cambiamento. Le tecniche di allentamento dello stress emotivo o corporeo sono alcune fra le possibilità di azione della Kinesiopatia, finalizzate a permettere all’organismo di trovare spontaneamente la strada per l’auto-guarigione, attraverso il ripristino degli equilibri somato-emotivi.

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