tenue

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Dal latino tenŭis, che ha la stessa radice di tendĕre (tendere) che deriva dalla radice sanscrita TÀN, che indica il distendere l’allungare, fino a rendere sottile, assottigliare: mostrandosi l’intestino come un tubo muscolo-membranoso appiattito, quando è vuoto, offre l’idea di qualcosa di allungato, stirato, teso e sottile, soprattutto se comparato con il colon. Il termine latino tenŭis è una traduzione del termine greco corrispondente ψιλός (psilos →liscio, nudo), che significa propriamente «privo, spoglio»: i latini poterono tradurre il termine greco con tenŭis perché nella tessitura, tenŭis si diceva del filo filato sottile, «semplice» cioè «privo» di altro filo aggiunto. Sebbene sia più corretto l’utilizzo dell’insieme “intestino tenue”, il termine spesso viene utilizzato anche singolarmente, per indicare il tratto dell’intestino compreso fra il piloro (o valvola pilorica, parte terminale dello stomaco) e valvola ileo-cecale  (che lo congiunge con il cieco ed il crasso). Lungo circa sette (7) metri e con un diametro medio fra i due (2) e i quattro (4) centimetri, può essere suddiviso in tre tratti, il primo chiamato duodeno (segmento maggiormente coinvolto nei processi digestivi, tanto da assimilarlo funzionalmente ad un secondo stomaco), il secondo detto digiuno e la porzione terminale chiamata ileo: al suo interno avviene la trasformazione del chimo gastrico in chilo (duodeno) e si completa l’assorbimento dei nutrienti (digiuno-ileo). per approfondimenti, si veda “l’alchimia gastro-intestinale“.

Il duodeno è il tratto iniziale dell’intestino tenue: lungo circa 25 centimetri, è a forma di C con il tratto inferiore allungato, la cui convessità è rivolta a destra e la curva è antero-posteriore; questo fa sì che il terzo e il quarto tratto del duodeno si trovino posteriormente al primo e al secondo tratto. Si estende dalla porzione terminale dello stomaco fino alla flessura (o angolo) duodeno-digiunale, a livello del Legamento di Treitz. La sua proiezione topografica è intorno all’ombelico. Sino alla metà del primo tratto (2,5–3 cm dal piloro) il duodeno è intraperitoneale; per il resto del suo decorso è retroperitoneale, con una piccola porzione intraperitoneale a livello dell’angolo duodeno-digiunale. Il duodeno è posteriore al lobo quadrato del fegato, al collo della cistifellea, all’arteria e alla vena mesenterica superiore, mentre è anteriore rispetto al mesocolon trasverso, al condotto biliare, alla vena porta, alla vena cava inferiore, all’aorta, agli ureteri, all’arteria gastroduodenale, ai due reni. All’interno del duodeno si gettano il coledoco e il Dotto di Wirsung, grazie allo Sfintere di Oddi, a livello della Papilla di Vater.

Il digiuno rappresenta la seconda porzione in cui viene diviso l’intestino tenuela sua lunghezza media è di 2,5 metri. Qui l’assorbimento è massimo, di conseguenza rimane spesso vuoto; da qui la denominazione “digiuno”, in quanto nei cadaveri si trova per massima parte privo di contenuto. A questo fa seguito l’ileo, dal quale si differenzia per poche caratteristiche (pareti più spesse, maggior numero di villi intestinali e di pliche circolari). Il tratto digiuno-ileale è definito anche intestino mesenteriale ed è completamente avvolto dal peritoneo che lo tiene ancorato alla parete addominale posteriore mediante un meso a ventaglio (mesentere); anteriormente all’intestino mesenteriale è identificabile il grande omento che lo separa dalla parete addominale.

Tra i tre, il duodeno è il segmento maggiormente coinvolto nei processi digestivi, mentre digiuno ed ileo sono deputati soprattutto all’assorbimento dei nutrienti.

In generale nell’intestino tenue viene portata a termine la digestione iniziata nella bocca e nello stomaco,  tramite l’azione dei succhi enterici prodotti dalla secrezione delle ghiandole del Lieberkühn; al processo digestivo che avviene nell’intestino tenue contribuiscono due grandi ghiandole:

  • Pancreas, produce enzimi digestivi e una soluzione basica ricca di bicarbonato che neutralizza l’acidità del chimo al suo arrivo nell’intestino tenue
  • Fegato, svolge molte funzioni tra cui la produzione di bile che rende i grassi più facilmente attaccabili da parte degli enzimi. La cistifellea raccoglie la bile fino al momento in cui viene riversata nell’intestino.

Per svolgere al meglio questa sua complessa funzione la superficie della mucosa, che ne riveste le pareti interne, è ricoperta dai villi intestinali (estroflessioni della tonaca mucosa, responsabili dell’assorbimento dei nutrienti) e da pliche circolari, pieghe della parete interna dell’intestino tenue, che ampliano di molte volte la superficie interna, affinché svolga al meglio i propri compiti di completamento della digestione, massimizzando e velocizzando il processo di assorbimento delle sostanze nutritive. Ogni villo è tappezzato da cellule la cui membrana, rivolta verso il lume interno, presenta delle sottili estroflessioni chiamate microvilli (orletto a spazzola). La conformazione di queste cellule, chiamate enterociti, ha lo scopo di aumentare ulteriormente la capacità digestiva ed assorbente dell’intestino.

Nella lamina propria dell’intestino tenue mesenteriale si trovano molte ghiandole tubulari semplici. Sul fondo di tali ghiandole sono presenti piccole masse di tessuto linfoide sotto forma di noduli linfatici isolati o aggregati (MALT) la cui funzione è quella di limitare l’attacco di popolazioni batteriche presenti negli alimenti e intanto mantenere in equilibrio le popolazioni batteriche del microbiota umano. Nella tonaca sottomucosa cellule specializzate secernono liquido a pH alcalino per contrastare quello acido dello stomaco. Allontanandosi ancor di più dal lume dell’intestino si trova la tonaca muscolare, composta (come nella maggior parte delle altre tonache muscolari del sistema digestivo) da uno strato di muscoli anulare e uno per il lungo della parete. I muscoli di entrambi gli strati sono lisci.

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