a denti stretti …

quando i problemi della bocca
non dipendono solamente dalla bocca

A muso duro, coi pugni in tasca, a denti stretti.

Digrignando e masticando amaro, nascondendo i nostri veri sentimenti sotto un sorriso che riduce le labbra ad una fessura, un trisma, un ghigno di circostanza.

Forse può sembrare esagerato racchiudere con un aforisma i significati della sindrome più in voga di questo decennio, la “Sindrome dell’ATM”, ma se proviamo ad osservare con attenzione i cosiddetti “bruxisti”, i “serratori di denti”, i “digrignatori” o i “malocclusori” possiamo probabilmente farci un’idea di quanto quella sentenza sia profonda e piena di significato.

Anni di stretta collaborazione con odontoiatri ed ortodonzisti, di lavoro sul campo nello sviluppare la branca odontoiatrica della Kinesiopatia e della Kinesiologia mi hanno portato ad operare con una moltitudine di persone con problemi dell’area masticatoria.

Ognuna col suo carico di emozioni, col proprio fardello di esperienze passate, con la propria unica ed individuale storia personale, eppure ognuna così simile all’alta nelle modalità di risposta allo stress.

Una massima buddista afferma che la sola cosa su cui possiamo contare è il cambiamento. Se osserviamo con attenzione il modo di reagire agli stimoli che ognuno di noi mette in atto, se esaminiamo le modalità individuali, tribali o sociali di adattamento allo stress di adattamento allo stress, noteremo che in fondo siamo rimasti ancora, biologicamente e da un punto di vista neuroendocrino, dei cavernicoli.

Eppure le condizioni che prevalevano ieri non prevalgono più, oggi.

La diversità non è rappresentata dalla maggior capacità di interagire con l’ambiente che ci circonda, non in una maggiore consapevolezza, ma solo nelle modalità di somatizzazione che introietta nel nostro corpo la mancata espressione dei nostri disagi.

L’umanità esprime il proprio bisogno di soffrire in molteplici e variegate espressioni, creando sempre nuove malattie che possono essere etichettate dai ricercatori col proprio nome, spalmate dai media su un pubblico di utenti sempre attento e pronto a trovare la “giusta malattia” in cui incanalare il proprio bisogno di sofferenza.

Dall’ormai fuori moda “Ulcera Peptica”, rappresentante il bisogno di essere amati nonstante il fiero atteggiamento di indipendenza, alla sempre presente “Ipertensione”, col suo carico di aggressività inespressa e ambizione, condizionati da un senso di gragarietà. Dalle sempre più vive e diffuse “malattie allergiche”, sia nella versione respiratoria o cutanea (indicanti un’intolleranza nei confroonti di ciò che ci circonda, mista alla più profonda paura della separazione) sia nella versione asmatica (così gravida di conflitti fra il bisogno di protezione ed il desiderio di indipendenza) alle “malattie tiroidee” (in grado di raccontare quel malessere, quella ansia, quella mancanza di obiettvi che non siamo nemmeno capaci di esprimere), sempre più in ascesa nella hit parade dei malesseri.

“Malattie Autoimmuni”, “Sclerosi”, “Fibromialgia” e “Sindrome da Fatica Cronica” ormai contrastano il primato alle “Malattie Reumatiche” ed ai disturbi intestinali, in tutte le loro varianti, ma la regina fra tutte, in questi ultimi anni è, appunto, la “Sindrome dell’ATM”.

Non che i problemi legati all’occlusione, alla masticazione, al corretto rapporto fra i denti, non possano essere e, talvolta, non sia un problema. Ma dal numero di apparecchi ortodontici in circolazione, dalla quantità di bite (o placchette di svincolo) utilizzati ci si potrebbe chiedere come ha fatto l’umanità fino ad ora a poter sopravvivere senza tutta questa scienza applicata al sorriso di circostanza o al paradenti.

Non voglio disconoscere l’importanza di una corretta occlusione o della protezione che i bite possono esercitare, ma vorrei semplicemente ricordare che non è possibile separare la bocca dal resto del corpo, esistendo una relazione bocca/corpo speculare alla relazione corpo/bocca. Né, tantomeno è possibile separare la bocca dalla “testa” (intesa come pensieri), dal “cuore” (inteso come sentimenti) o dalla “pancia” (volendo, con questa parola, indicare le nostre sensazioni più profonde, viscerali). 

Quante volte siamo andati avanti, sopportando e stringendo i denti, per poter raggiungere un obiettivo? Quante volte, passato il momento “acuto”, la situazione che riteneva tutta la nostra attenzione, abbiamo continuato a rimuginare, a ruminare su che cosa avremmo potuto fare o dire, sul fatto che forse avremmo potuto comportarci diversamente….

Quante volte abbiamo dovuto mostrare un sorriso di cricostanza anche se dentro di noi una voce strozzata avrebbe voluto urlare il nostro sconcerto, la delusione, la sofferenza o la rabbia?

Sia che ci siamo negati il permesso di renderci conto di cosa ci stava accadendo, sia che non ce ne siamo nemmeno resi conto, il nostro cervello (sia mentale che organico) ha ritenuto queste informazioni, le ha incamerate elaborate. E, magari, nel sonno, attraverso quella liberazione delle tensioni che rappresenta la fase onirica, il sogno, ha agito al nostro posto. Ha espresso ciò che non ci siamo potuto permettere di esprimere. Le condizioni che prevalgono oggi, non sono più quelle che valevano ieri: forse il nostro bisogno di “bite”, di paradenti, esprime il conflitto fra i colpi che prendiamo sul muso, le “botte nei denti”, e la nostra incapacità di essere “politically uncorrect”, di mostrare la nostra vera faccia.

Di lottare con le unghie e coi denti per quello in cui crediamo veramente, di osare asserire, prima di tutto con noi stessi, ciò che veramente desideriamo.

In una società in cui un bel sorriso vale più che la capacità di esprimere la propria sana aggressività, in una tribù in cui essere fieri di sé e dei risultati conseguiti diventa un peccato di orgoglio, si rende necessario ricorrere alla museruola.

Non sempre la nostra aggressività trova sfogo sull’area masticatoria, ma quando questo avviene può essere utile ricorrere a “complementi terapeutici” che minimizzino l’impatto negativo che i nostri conflitti possono indurre nella nostra vita.

Ma scambiare l’effetto con la causa può portarci lontano dalla soluzione del problema., illudendoci di aver trovato la cura adatta a tutti i nostri mali.