meningiti, meningismo, meningiti subcliniche

ultimo aggiornamento: 13 aprile 2017 alle 23:42

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meningiti, meningismo, meningiti subcliniche:
una possibile causa di molteplici disturbi

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quanti sintomi aspecifici
possono essere ricondotti
a reazioni infiammatorie
misconosciute
del sistema meningeo?

Quanti casi di malesseri, disturbi di origine ignota, situazioni che appaiono cronicamente nella vita di molte persone, possono essere in realtà ricondotti a meningiti subcliniche, meningismi o infiammazioni localizzate ad aree o distretti del tessuto meningeo?lla parola “meningite” la maggioranza delle persone reagisce con spavento e terrore ricordando qualche tragico evento o racconto inerente a tragiche malattie: ma è così rara e pericolosa la meningite, o piuttosto, viene utilizzato questo nome, nella pratica comune, per designare solo una piccola parte delle infiammazioni meningee che realmente si verificano?

Innanzi tutto cerchiamo di capire, anche se in modo elementare, cosa sono le meningi e quali sono le loro funzioni nel corpo. Il funzionamento e la capacità da parte del corpo di rispondere in maniera adeguata ed efficace alle variazioni interne ed esterne al corpo, dipende in gran parte dalla capacità da parte del Sistema Nervoso Centrale (S.N.C.) di elaborare le informazioni che riceve dai recettori (terminazioni nervose specializzate in grado di tradurre le variazioni in segnali) e inviare segnali che permettano al corpo stesso di modificare il suo stato. Perché ciò possa avvenire, il S.N.C. deve essere messo in grado di funzionare al meglio e soprattutto di essere protetto.

La natura, nel corpo umano, provvede in genere attraverso la combinazione di strutture rigide e poco deformabili, le ossa, e di tessuto connettivale o grasso ad assicurare una certa capacità di assorbimento delle tensioni e dei traumi. Più sono “preziosi” le strutture da difendere, più le strutture ossee sono estese. Il cervello, uno dei componenti fondamentali del Sistema Nervoso Centrale assieme al midollo spinale, rappresenta la massima capacità di elaborazione che noi possediamo e possiamo affermare che senza di esso, la vita, come noi la conosciamo, risulta impossibile. Lo dimostra il fatto che, nelle migliori ipotesi, gravi lesioni al cervello producono paralisi e malattie dall’esito mortale, come per esempio nella sclerosi multipla o nei traumi e negli ictus con infarto cerebrale.

Per ovviare a ciò, la natura ha sviluppato una struttura solida e, contemporaneamente, sufficientemente elastica per garantire un elevato grado di protezione a questo centro nevralgico per la nostra vita: il neurocranio. La teca (scatola) cranica composta di varie ossa assolve pienamente lo scopo di proteggere il cervello, ma da sola risulta insufficiente: infatti, la massa cerebrale è costituita prevalentemente da lipidi, cioè grassi, che le conferiscono una densità che ricorda vagamente dell’olio denso. Se questa massa non venisse in qualche modo sospesa all’interno della teca cranica, eventuali traumi o accelerazioni improvvise potrebbero provocare ugualmente lesioni anche gravi delle cellule cerebrali. Un esempio di ciò è riscontrabile in situazioni non fisiologiche e traumatiche quali i colpi ricevuti alla testa da un pugile: in genere il pugile viene colpito sulla parte anteriore del cranio, sul viso, subendo, nei colpi più forti, una grande accelerazione della testa in direzione posteriore. Il movimento che può compiere la testa, però, è limitato dalla capacità di estensione del collo: quando questa raggiunge il suo massimo, la testa ferma il suo movimento in direzione posteriore repentinamente e bruscamente, creando una sorta di rimbalzo in avanti. L’energia cinetica dovuta al colpo porta il cervello a seguire il movimento della testa in direzione posteriore, ma quando il movimento si ferma bruscamente la massa cerebrale continua il suo movimento, andando a sbattere violentemente a livello occipitale (l’osso posteriore della testa): il risultato è che si verificano lesioni del cervello nelle aree occipitali, le aree deputate alla visione. I pugili, infatti, tendono ad avere problemi di vista di origine cerebrale (posteriore), nonostante la maggioranza dei colpi vengano portati sulla parte anteriore del cranio. Situazioni simili possono verificarsi negli incidenti stradali o nei traumi al cranio.

Naturalmente la natura non aveva previsto la possibilità che in condizioni fisiologiche il nostro cervello potesse subire accelerazioni così rapide e potenti. I sistemi di protezione del cervello sono in grado di neutralizzare forze di minor entità attraverso due sistemi funzionali ed economici: la sospensione della massa cerebrale attraverso una serie di “elastici”, e l’interposizione di spazi che circondano il cervello stesso contenenti liquido.

Per garantire la sospensione di un corpo, possiamo “appenderlo” attraverso una serie di strutture elastiche, ad una teca semirigida: ad ogni movimento le strutture elastiche subiranno distensioni o rilassamenti che permetteranno al corpo stesso di non subire traumi da contusione, rimbalzo o sbattimento sulle superfici circostanti. Il sistema delle meningi, in un certo senso, è assimilabile a questo meccanismo di sospensione elastica: a contatto con la teca cranica esiste una struttura connettivale densa, la dura madre, dotata di una elevata capacità di resistenza elastica e rivestita da uno stato di rivestimento, l’aracnoide, da cui si dipartono un’enorme qualità di filamenti connettivali elastici che s’inseriscono in un’altra struttura connettivale, la pia madre, che riveste la superficie del cranio.

Nell’immagine a lato è possibile vedere una sezione del cranio; è possibile notare l’osso della diploe cranica cui è adeso un doppio strato di tessuto connettivale denso (la dura madre, colorata in grigio) con la sottostante aracnoide (in rosso) coi suoi filamenti che si attaccano alla pia madre (in verde), che ricopre la superficie del cervello. Lo spazio posto fra l’aracnoide e la pia madre, ripieno di filamenti, è lo spazio subaracnoideo che contiene un liquido che bagna, drena, nutre e protegge ogni parte del S.N.C., conferendo una ulteriore protezione all’intero sistema e garantendo l’ambiente ottimale per la crescita, lo sviluppo ed il funzionamento delle cellule nervose.

Infatti, questo liquido cefalorachidiano (liquor) garantisce che la massa cerebrale, che possiede una densità di poco superiore al liquor stesso, venga ulteriormente limitata nei suoi spostamenti, assorbendo gran parte dell’energia cinetica che il cranio e la colonna vertebrale possono subire. Questo sistema viene utilizzato dal corpo anche a livello dello speco vertebrale per proteggere il midollo spinale, come può essere notato dall’immagine a lato.

Come il cervello e le sue componenti sono rivestite da questo triplice strato connettivale, le meningi, anche il midollo spinale, a sua volta, è protetto e avvolto da una dura madre spinale, una aracnoide, coi suoi filamenti che attraversano uno spazio contenente il liquor (lo spazio subaracnoideo), e un rivestimento superficiale del midollo spinale, la pia madre.

L’aracnoide e la dura madre si trasformano, senza soluzione di continuità, nel perineurio, il rivestimento dei nervi che fuoriescono dal sistema nervoso centrale per andare a innervare organi e tessuti.

Possiamo sintetizzare i concetti esposti affermando che la pia madre forma uno strato superficiale fortemente aderente alle strutture cerebrali, al midollo spinale ed ai vasi che attraversano gli spazi subaracnoidei.

L’aracnoide (la parola deriva dal greco arakhnoides, cioè simile a tela di ragno) riveste la superficie interna della dura madre garantendo l’impermeabilità di quest’ultima al liquor. All’interno degli spazi subaracnoidei, oltre al liquor che li riempie, scorrono, ricoperti dalla pia madre l’intricato sistema di vasi che nutre il sistema nervoso centrale.

La dura madre è una membrana mediamente elastica che assolve il compito di assorbire la maggioranza degli stimoli torsionali imposti dal movimento e la forza cinetica imposta dai traumi: viene comunemente definita “un sistema elastico a tensione reciproca”, in quanto possiede la capacità di distribuire tali carichi in maniera dinamica al suo interno, ripartendo le forze assorbite su una superficie ampia.

Possiamo paragonare questo sistema ad un palloncino gonfiato con un liquido: se noi esercitiamo una pressione in un punto, noteremo che la tensione si distribuirà su una superficie più ampia rispetto al punto di contatto, evitando la rottura del palloncino stesso. Ugualmente la dura madre, grazie anche alla impermeabilità ai liquidi che costringe il liquor a rimanere negli spazi subaracnoidei sottostanti, ripartirà le tensioni su ampi segmenti del rivestimento del S.N.C., evitando o riducendo la possibilità di danni locali.

La sua stretta adesione alla superficie interna delle ossa del cranio assicura una integrità della teca cranica, mentre i suoi attaccamenti ossei a livello della seconda e terza vertebra cervicale, C2 e C3, la sua libertà di movimento all’interno dello speco vertebrale fino alle zone di inserzione sacrale (S2) e coccigee, le garantiscono quella mobilità necessaria a favorire le torsioni, flessioni o rotazioni della colonna vertebrale, evitando che queste possano influenzare direttamente il midollo spinale oltre a permettere l’assorbimento delle fluttuazioni del liquido cefalorachidiano. Nell’immagine a lato possiamo vedere il midollo spinale sospeso all’interno delle meningi con l’uscita dei nervi.

L’integrità anatomica e funzionale di questo sistema riveste, quindi, una importanza fondamentale per il buon funzionamento del sistema cranio-sacrale e delle strutture in esso contenute.

La meningite non è altro che un processo infiammatorio a carico di queste strutture di rivestimento del sistema nervoso centrale: già questo dovrebbe essere sufficiente a dare una idea della pericolosità e delle conseguenze che questo processo può comportare.

Il processo infiammatorio, spesso drammatico e talvolta mortale, soprattutto nei bambini, è causato il più delle volte da batteri o virus, alcuni dei quali possiedono una predilezione per le meningi e l’ambiente da esse creato; in alcuni casi le meningiti possono svilupparsi da processi chimici, tossici o anche traumatici.

I sintomi che accompagnano il processo meningitico sono spesso eterogenei e variegati, portando talvolta a disconoscere la reale causa, potendo anche essere confuse con altre forme virali od infettive, soprattutto se la meningite è in forma lieve: oltre alla febbre (talvolta assente), la maggioranza dei sintomi può manifestarsi a livello della testa, anche se talvolta la localizzazione dei disturbi può essere in ogni parte del corpo.

Mal di testa di varia entità, anche in forme estremamente dolorose, accompagnato spesso da dolore agli occhi, associato a dolore ed irrigidimento del collo (tipico e caratteristico); nausea e vomito. Dolori diffusi alla muscolatura o agli arti, senso di confusione e fastidio nei confronti della luce e dei suoni; riflessi aumentati, esagerati o alterati. Questi sono alcuni fra i sintomi più comuni fra cui l’irrigidimento retrattivo della muscolatura posteriore del collo associato al mal di testa è forse il più caratteristico: segni che possono essere imputati tutto sommato ad una qualunque influenza. Infatti, molto spesso le meningiti, soprattutto quelle subcliniche, sono spesso confuse e misconosciute: d’altra parte, fortunatamente, la maggioranza di esse non comporta esiti fatali o drammatici come le forme più gravi

Nella maggioranza dei casi, infatti, questi sintomi, e di conseguenza il processo meningitico, scompare nel giro di pochi giorni, ma in alcuni casi alcuni sintomi, anche se in forma latente e sotterranea, permangono per mesi. Può succedere che dopo un “influenza” si abbia la sensazione di non essersi ripresi completamente per lungo tempo con una facilità ad avere mal di testa od il collo rigido. Talvolta anche anni più tardi si ha la sensazione che da quell’evento non si sia più stati bene, con sensazioni di un peggioramento progressivo, anche se magari la sintomatologia è subdola, aspecifica e non grave.

Molto spesso tali sintomi vengono liquidati come un generico stress o malessere e non vengono messi in relazione con una pregressa “influenza”, un raffreddore, un problema alle orecchie, un’otite, una congiuntivite, una sinusite o addirittura un problema gastrointestinale, in quanto, anche se la maggioranza di meningiti cliniche con sintomi gravi viene riconosciuta, molto difficilmente si considera un potenziale interessamento delle meningi nei processi infiammatori o virali generici.

Sono quelle che noi definiamo meningiti subcliniche, reazioni di infiammazione delle meningi di non grave entità, o meningismi, reazioni di irrigidimento della muscolatura posteriore del corpo che interessano in particolar modo il collo. Persino alcuni generici ed aspecifici mal di schiena o “problemi di cervicale”, con contrazione irritativa della muscolatura, possono essere ricondotte, talvolta, a forme di meningismo. Mal di testa, dolori al collo, disturbi visivi, fotofobia, nausea, difficoltà di concentrazione, scarsa memoria ed un senso generalizzato di malessere, possono essere i sintomi ricorrenti di un processo derivante da una pregressa infezione meningea disconosciuta, sovente scambiata per un generico malessere, se non per una sindrome neurovegetativa o psicosomatica (termini spesso utilizzati per sostenere che la persona non ha niente) o per una ancor più generica sindrome da stress.

Il mancato riconoscimento dei problemi da parte dei terapisti, l’incapacità di trovare una causa organica ai malesseri, spesso, generano nella persona disturbata da questi sintomi un senso di frustrazione ed incomprensione che aumenta il disagio, in quanto questi sintomi sono spesso peggiorati dallo stress.

La difficoltà diagnostica deriva dal fatto che questi sintomi, apparentemente generici, possono apparire anche molto tempo dopo l’episodio di meningite subclinica, rendendo difficile l’identificazione del problema; solo attraverso una attenta analisi della storia del paziente ed una valutazione delle localizzazione dei disturbi associata ad una diagnosi differenziale con altre forme simili, permette di identificare il problema.

Nel processo meningitico, quale che sia la sua manifestazione, l’infiammazione genera la formazione di alterazioni del tessuto, portando alla formazione di cicatrici o degenerazioni sclerotiche. Tale processo, visto la capacità del sistema meningeo di diluire il problema su superfici più ampie, può portare in taluni casi a retroazioni o tensioni che si esercitano sulle strutture interne al sistema cranio-sacrale: la rigidità e la ridotta mobilità, accentuata dall’intima relazione con le strutture ossee, può indurre trazioni o compressioni su nervi con alterazioni della trasmissione delle informazioni; può comprimere i vasi, riducendo l’afflusso sanguigno o rallentandone il deflusso o i vasi linfatici influendo sullo stesso flusso del liquido cefalorachidiano.

La particolare caratteristica della zona sub-occipitale, dove la dura madre è attaccata saldamente alla base del cranio e a livello della seconda e terza vertebra cervicale, favorisce una situazione particolare, che facilita il manifestarsi di situazioni compressive od irritative che spiegano le manifestazioni di rigidità nucale: la trazione o le tensioni locali provocano un interessamento delle radici dei primi nervi cranici che a loro volta inducono dolore e contrazione muscolare antalgica della muscolatura sub-occipitale e limitazioni articolari a livello della giunzione atlanto-occipitale.

Lo spasmo e l’irritazione di questa zona, vista la contiguità con i fori di uscita di alcuni nervi molto importanti ed alcune strutture vascolari significative, provocherà conseguenze sistemiche importanti: l’interessamento del nervo accessorio spinale (XI paio di nervi cranici) provocherà uno spasmo del muscolo trapezio superiore e dello sternocleidomastoideo, con conseguente ulteriore contrazione del collo e compressione della sutura mastoido-occipitale.

Lo stato spastico favorirà un interessamento del nervo vago (X paio di nervi cranici), responsabile di gran parte dell’innervazione parasimpatica corporea (innervazione del cuore, polmoni, gran parte dell’apparato gastroenterico), con conseguente nausea, mal di testa, secchezza delle fauci e generici malesseri od interessamenti viscerali, compresi eventuali manifestazioni cardiache.

L’interessamento del ganglio cervicale superiore, posto in quest’area e responsabile dell’innervazione ortosimpatica del cranio, potrebbe generare disturbi alla circolazione arteriosa delle meningi o fenomeni di fotofobia o disturbi dell’accomodamento visivo. Inoltre se le radici dei primi nervi spinali sono interessate, il diaframma respiratorio può subire delle conseguenze funzionali, favorendo un senso di fame d’aria, difficoltà respiratoria e disturbi estremamente aspecifici e variegati.

Sul versante circolatorio, la compressione anche modica della vena giugulare favorirà un rallentamento del deflusso venoso dalla testa, generando un aumento della pressione endocranica, un rallentato flusso del liquor e fenomeni congestizi con mal di testa da ristagno venoso, giramenti di testa, difficoltà di concentrazione, senso di stordimento; la compressione sulla arteria vertebrale, incrementerà questi sintomi, riducendo l’afflusso arterioso del cervello.

Oltre a questi sintomi specifici della base del cranio, in realtà qualunque radice nervosa può essere interessata e, pertanto, si potranno avere sintomi localizzati in ogni parte del corpo: se la zona di infiammazione meningea interesserà, ad esempio, l’area lombare, verosimilmente si osserverà un interessamento prevalente dei nervi sciatici, con fastidi o dolori o difficoltà muscolari alle gambe.

Se viceversa l’interessamento fosse a livello dei nervi cranici che innervano l’occhio (ottico, oftalmico, trocleare, abducente) si potrebbero verificare seri problemi di visione o di movimento degli occhi.

Oltre ai sintomi locali, proprio per la capacità del sistema meningeo di ripartire su ampie superfici le tensioni, si potrebbe osservare un interessamento reciproco di aree distanti dalla sede di infiammazione con sintomi apparentemente bizzarri o non correlati. Inoltre la riduzione di mobilità dell’intero sistema membranoso può influenzare il corretto funzionamento del S.N.C., generando alterazioni sensoriali, distorsioni della percezione, senso di tensione generalizzata, iperriflessia.

Nei casi più gravi, i fenomeni sclerotici delle meningi possono gravemente interessare il flusso ematico, cioè la circolazione sanguigna, o la libera circolazione del liquor, riducendone drasticamente, sia localmente che nell’intero sistema, la capacità nutritiva e protettiva: in caso di infiammazione, inoltre, la ridotta circolazione del liquor non permetterebbe un drenaggio delle sostanze tossiche, essendo il liquor un equivalente del sistema linfatico corporeo.

La mancanza di trattamenti adeguati porta, nel tempo, ad un peggioramento della situazione sclerotica in quanto l’eventuale riduzione della circolazione liquorale, artero-venosa, o linfatica ridurrà l’adeguata nutrizione nell’area della lesione primaria, generando ulteriori fenomeni tensivi od irritativi e favorendo, quindi, l’eventuale estensione dell’area di irritazione: questo spiega anche perché non solo i sintomi possono apparire a distanza di tempo dall’eventuale fenomeno meningitico iniziale, ma anche perché tendono a non regredire, ma a peggiorare progressivamente.

L’eventuale atteggiamento difensivo che il corpo può instaurare a difesa di aree lesionate o più deboli comporta, solitamente, la formazione di contrazioni antalgiche o di spasmi muscolari che conducono spesso ad un peggioramento delle problematiche locali, riducendo la circolazione energetica (sangue, linfa, …) e generare “cisti energetiche”, aree cioè che vengono parzialmente o totalmente escluse dall’integrità funzionale corporea, creando una spirale negativa perversa che porta usualmente ad un peggioramento della situazione locale e generale.

Le meningi appartengono a quello che abbiamo definito il Sistema Cranio-Sacrale, essendone parte integrante al liquido cefalorachidiano, assieme alle ossa del cranio e del sacro ed alla fascia che li circonda e li mette in relazione con le restanti strutture corporee: l’insieme di queste strutture pulsa all’unisono in quello che Sutherland ha definito il respiro primario e che viene oggi definito il ritmo cranio-sacrale. (vedi articolo sul numero precedente)

Per un terapista cranio-sacrale od un kinesiopata risulta agevole percepire le fluttuazioni e le manifestazioni di questo ritmo in ogni distretto corporeo: in un corpo ideale tale ritmo appare simmetrico, regolare ed armonico nelle sue manifestazioni. Tuttavia le varie tensioni o restrizioni che si accumulano nel corpo ed, in particolare, all’interno del sistema fasciale od alle meningi, influiscono in maniera significativa sull’espressione di tale ritmo, alterandone le caratteristiche fondamentali: ogni alterazione della qualità, ampiezza o frequenza del ritmo fornisce le indicazioni per identificare l’esatta localizzazione di eventuali restrizioni o alterazioni del sistema. Con la sufficiente esperienza e competenza, una volta liberato il sistema dalle tensioni compensatorie che spesso si sovrimpongono, è possibile comprendere anche la qualità ed il tipo di restrizione esistente e la sua eventuale cronicità.

I disturbi che si manifestano nel corpo, le cisti energetiche, le patologia disfunzionali provocano alterazioni del ritmo che si ripercuotono sulla fascia o sul sistema meningeo, sotto forma di asimmetrie o distorsioni spaziali e ritmiche: attraverso l’identificazione di queste restrizioni è possibile correggere gli squilibri generati nel sistema. L’utilizzo di un contatto estremamente delicato e non invasivo, associato alla facilitazione della naturale tendenza del corpo a cercare un equilibrio privo di tensioni rende relativamente agevole la “manipolazione” di queste alterazioni. L’approccio kinesiopatico e del terapista cranio-sacrale non ha niente a che vedere con quello del chiropratico ed è vagamente simile a quello dell’osteopata anche se la manipolazione è sostanzialmente diversa: non viene esercitata nessuna reale forza fisica, ma viene soltanto ascoltato e favorito il movimento spontaneo di liberazione, autogenerato dal sistema. Ogni movimento di liberazione, ogni torsione, rotazione, spostamento è generato dalla necessità del sistema stesso, che ha la necessità di trovare una situazione di equilibrio meno energeticamente dispendiosa: molto spesso nelle fasi intermedie di trattamento, si possono generare situazioni di apparente squilibrio, che il corpo deve riattraversare prima di poter ritornare ad una posizione di maggior simmetria e armonia.

Nel caso specifico di meningismi o degli esiti di fenomeni meningitici, occorre liberare in prima istanza il corpo dalle tensioni compensatorie accumulate nel tempo: per questo la tecnica dell’unwinding (descritta succintamente sul numero precedente) risulta di grande aiuto, permettendo di liberare le tensioni fasciali e di accedere con maggior delicatezza ed efficacia alle aree di restrizione; infatti, neutralizzando le tensioni compensatorie createsi nelle fascia e nelle strutture muscolari e connettivali, è possibile accedere al nucleo centrale del sistema cranio-sacrale, acuendo la risposta di riarmonizzazione dello stesso. Anche il ricorso ad un’altra tecnica di liberazione fasciale, soprattutto passata la fase acuta, quale la liberazione sub-occipitale, si ottengono notevoli risultati che aiutano in maniera eclatante ad un riequilibrio sistemico ed alla riduzione delle risposte di stress che accompagnano le sindromi post-meningee o i meningismi: la riduzione della tensione a livello atlanto-occipitale, l’allentamento dello spasmo dei muscoli sub-occipitali, grazie all’azione sulle componenti vagali e su quelle vascolari, favorisce un rilassamento generalizzato ed una riduzione delle pressioni endocraniche, con un notevole miglioramento della compliance e del benessere generalizzato del paziente ed una maggior risposta al trattamento. 

L’eventuale integrazione di questi trattamenti con tecniche kinesiopatiche quali l’A.S.E. (allentamento dello stress emotivo), il Ciclo Neurovascolare o il Reset Temporovascolare, permette una ulteriore facilitazione al trattamento, ottenendo spesso effetti risolutivi sui sintomi di accompagnamento e migliorando significativamente il benessere in un gran numero di pazienti.

Una volta preparato il sistema ed identificata la/le aree di restrizione, utilizzando uno dei principi del Cranio-Sacral Repatterning,  che consistono nel seguire le tensioni fino all’identificazione di un punto di resistenza per favorire il naturale dissolversi dell’area di restrizione, si potranno trattare diffusamente le cisti energetiche e le aree di degenerazione che eventualmente verranno evidenziate.

Quando si sarà ottenuta una certa liberazione dell’area critica, sarà possibile applicare delle leggere trazioni durali per dissolvere le eventuali tensioni ancora presenti nel sistema, rispondendo in maniera appropriata ad ogni manifestazione di torsione, rotazione, lateralizzazione, trazione.

Spesso la tecnica di liberazione delle falci cerebrali permette di agire sull’intero sistema a tensione reciproca costituito dall’insieme delle meningi. Questa tecnica consiste nel porre una mano sotto l’occipite e l’altra sulla zona frontale: sintonizzandosi con il movimento ed il ritmo cranio-sacrale è possibile percepire eventuali trazioni o torsioni che vengono evidenziate dal contatto; mano a mano che le tensioni che si evidenziano si liberano grazie all’azione del terapeuta, si individueranno aree di restrizione sempre più profonde.

La sensazione soggettiva in questa tecnica è di percepire le proprie mani come “risucchiate” dai movimenti compiuti dal sistema fino a identificare una resistenza, un punto di arresto, una barriera in cui il movimento ed il ritmo decrescono significativamente, talvolta fino ad annullarsi: tale momento può essere definito come un “significance detector”, un evidenziatore di un’area significativa per il corpo.

Talvolta, in tali occasioni, il sistema respiratorio primario può dare la sensazione di arrestarsi prima di dare adito ad un ampio movimento di liberazione accompagnato da una maggiore mobilità ed una maggior simmetria ed armonia nel ritmo. Una volta ottenuto un certo grado di liberazione è possibile effettuare una trazione del tubo durale partendo dall’occipite o dal sacro per permettere una distensione delle componenti longitudinali della dura sia craniale che spinale: la trazione che viene effettuata, o meglio si potrebbe dire, il pensiero di trazione, è talmente gentile ed “energetica”, che la maggioranza dei terapisti di altre discipline potrebbe non considerarla affatto una trazione, ma semplicemente un contatto. Eppure, proprio grazie alla delicatezza esercitata in queste manipolazioni, si evita che il corpo si “richiuda a riccio” limitando l’effetto terapeutico: la particolarità della tecnica consiste proprio nella associazione fra gentilezza e sensibilità da parte del terapista. Con la sufficiente esperienza è possibile esplorare le aree di restrizione primaria o secondaria presenti a livello delle meningi ed in corrispondenza dei fori di uscita delle radici dei nervi cranici, monitorando le risposte indotte da questa esplorazione nel sistema corporeo.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi di trattamento in quanto risulta difficile standardizzare un protocollo generico, anche se efficace. La peculiarità della visione kinesiopatica consiste nel fatto che ogni paziente, ogni persona, ha una storia personale che differisce da quella di ogni altra persona: i vissuti emotivi, le esperienze, i momenti della vita, come noi reagiamo sotto ogni aspetto a ciò che ci accade, contribuisce a formare il quadro generale di chi noi siamo e di come il corpo reagisce ed accumula tensioni, blocchi o restrizioni. Inoltre, è impensabile che un solo e semplice trattamento sia in grado di risolvere situazioni consolidate da anni, con tensioni o blocchi che sono l’espressione di un adattamento alle nostre limitazioni: talvolta nell’ambito del processo terapeutico si possono manifestare fasi intermedie in cui il corpo, spinto verso un nuovo equilibrio temporaneo, deve assestarsi ed adattarsi nell’attesa di una modificazione profonda che permetta di ritrovare quell’equilibrio, quel confort che ci permette senza grandi dispendi energetici di vivere al meglio la nostra vita.

Esempi di queste situazioni sono innumerevoli nella nostra pratica clinica, sia per quanto riguarda i cambiamenti transitori, che per quello che concerne drastici cambiamenti che hanno portato varie persone a vivere la loro vita senza dover convivere con una sensazione di malessere generalizzata, come abbiamo descritto all’inizio di quest’articolo.

francesco gandolfi